ASCESA E CADUTA DELLA CITTÂ DI MAHAGONNY venerdì 30 gennaio 2026

 Locandina dello spettacolo 

Comincio con un sondaggio facile facile: quanti di voi conoscevano già Aufstieg und Fall der Stadt Mahagonny, cioè Ascesa e caduta della città di Mahagonny? Provo a indovinare: il 5%? E quanti conoscono Aida? Rispondo molto banalmente con una domanda, come faccio sempre in occasione dei ripescaggi: se un titolo è rimasto sconosciuto o poco frequentato ci sarà un perché, no? Anche in questo caso, ho trovato l'operazione veramente inutile. Cosa può portare nel 2026, la visione di questa opera di Kurt Weill (che tra l'altro ho sempre amato)? Dovrebbe farci riflettere sull'utopia? Sul capitalismo come rovina dei popoli? Sul denaro che rovina tutto? Ma se ormai sono valori indiscutibili, sdognatai da qualunque politico e, anzi, assolutamente di moda? Se i riferimenti di oggi sono gli influencer, pensiamo davvero credere che una grottesca parodia possa fare più che leggere i carteggi del caso Epstein, sapere di ragazzi morti ustionati per puro profitto o vedere l'arresto di noti personaggi che sono in realtà invidiati dai più?!?

Ecco, meglio una bella Aida, allora.





Anche perché non è stato un allestimento propriamente economico! Considerando le masse artistiche già in forza al Verdi di Trieste è stato necessario assumere una decina di comparse, un paio di dozzine di figuranti speciali (no, non riesco a chiamarli danzatori, abbiate pazienza), sei cantanti per interpretare le ragazze di Mahagonny, un attore, 8 prime parti e, ovviamente, un direttore d'orchestra...

La regia di Henning Brockaus mi è parsa più interessante, rispetto alle sue precedenti esperienze al Verdi, con diverse trovate interessanti: dalla poltiglia umana che ogni tanto giace sul fondale o a volte in proscenio, al coro affacciato nei tagli di un fondale; dalla creazione di un bar nel primo palco di pepiano alla passerella da avanspettacolo costruita sopra la buca d'orchestra. In un'ambientazione che ricorda un cabaret berlinese degli anni '20, il parterre di un circo o il retropalco di uno spettacolo di varietà, tutto diventa lecito: nani e ballerine, cantanti e spogliarelliste, fino ad avere un prigioniero di Guantanamo e varie altre astrusità ma, ripeto, può anche andare bene così...ma per fare cosa? Per lanciare quale messaggio inascoltato da almeno cinquant'anni?!? Impianto luci molto curato ad opera di Pasquale Mari, considerato anche che ha dovuto illuminare di tutto e ovunque. Impianto scenico interessante ad opera di Margherita Palli. Di costumi e "coreografie" preferisco non riferire.





La parte musicale è stata la parte vincente della serata. Una bella e omogenea compagnia di canto, sia artisticamente che vocalmente: ho trovato strepitoso il Jim Mahoney di Santiago Martinez, un tenore di grandi capacità sia sceniche che vocali, ma anche la Leokadja Begbick di Alisa Kolosova dalla possente voce, la Jenny Hill di Maria Belen Rivarola e l'istrionico Dreieinigkeitsmoses cantato da Zoltan Nagy, nonchè tutti gli altri che trovate elencati nella locandina dello spettacolo. Il coro del Teatro Verdi di Trieste ben ha figurato, sia scenicamente che musicalmente sotto la guida del Maestro Paolo Longo. L'Orchestra del Teatro sembra suonare Kurt Weill frequentemente soprattutto nei fiati che tanto ruolo hanno in questa partitura al confine tra jazz e musical mentre, credo, sia la prima volta. La guida di Beatrice Venezi è autorevole ed è abile nel governare una tale quantità di attacchi, entrate, interventi siparietti e musicisti, anche in scena. Dalla mia posizione il suono era talvolta troppo e, nonostante vedessi la Venezi chiedere all'Orchestra di ridurre il volume, credo fossero scelte da indicare a priori.

Patetico il grido di sostegno all'orchestra e al suo Direttore all'inizio del secondo atto, forse per prevenire eventuali contestazioni a seguito del caso Fenice/Venezi, che è stato supportato da un paio di applausi ma ha provocato altrettanti dissensi: quando impareranno a restare a casa, invece di farci tornare ai tempi fortunatamente superati delle claque pagate? Teatro poco pieno e progressivamente svuotato, pubblico plaudente ai sopracitati cantanti, consenso per il cast creativo. Ma in contemporanea, debuttava al Politeama Rossetti "I tre moschettieri" di cui vi racconto domani, con una bella differenza che spiega cosa vuol dire essere costumisti, coreografi e registi pieni di idee...









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