mercoledì 19 giugno 2024

LA BELLA ADDORMENTATA lunedì 17 giugno 2024

 Locandina dello spettacolo (allego quella in sloveno perché quella in inglese è molto scarna)

A distanza di 8 anni sono tornato a vedere questa produzione della SNG di Lubiana e non sono rimasto deluso, anzi!
C'è chi dice che Etudes di Harald Lander sia il vero banco di prova di una compagnia che affronta il repertorio della danza classica.
Secondo me La Bella Addormentata di Peter Ilijc Cajkovski è anche peggio, sia per le difficoltà tecniche e la purezza cristallina stilistica da rispettare, sia per lo stuolo di Primi Ballerini e Solisti che richiede.
La piccola compagnia slovena se la cava egregiamente.
L'allestimento scenografico è suntuoso come si conviene ad una compagnia nazionale e ad un titolo così famoso: bellissime scene, arricchite da alcune proiezioni, realizzate in economia ma con intelligenza, come richiede l'attuale situazione economica, ad opera di Andrej Strazisar (peccato sia stato modificato l'ingresso di Carabosse che avveniva sollevando l'intero palcoscenico per svelare l'antro della Fata arrabbiata); costumi immaginifici e fantasiosi, dai colori sgargianti e dalle stoffe - falsamente - ricche firmati da Marija Levitska (strepitosi quelli di Catalabutte!). Efficaci ed eleganti le luci di Andrej Hajdinjak.

La coreografia di Irek Mukhamedov è fedelissima all'originale di Marius Petipa o comunque ne rispetta perfettamente lo stile e l'epoca. Lo condanno solo per alcuni tagli musicali veramente raccapriccianti, ma lo assolvo per aver condensato questo balletto in 135 minuti incluso l'intervallo! E' da un po' di tempo che asserisco che il pubblico non riesce più a restare attento e concentrato per lunghezze troppo imponenti, come di moda nei secoli scorsi, ma credo anche che i tagli potevano essere apportati più armoniosamente. Per il resto, riesce a raccontare perfettamente la storia, a renderla piacevole e moderna, senza toglierle gli aspetti favolistici, né la suntuosità. Speravo che il Maestro Ayrton Desimpelaere, alla direzione dell'Orchestra della SNG e non un nemico della danza avrebbe riaperto qualche taglio ma, giustamente, subentra in una produzione in piedi da molti anni.
L'attuale direttore della compagnia di Balletto della SNG di Lubiana, Renato Zanella, sa che bisogna alternare produzioni contemporanee ad altre prettamente classiche  per mantenere in forma e stimolare i danzatori Loro, infatti, rispondono benissimo. Come già dicevo l'ensemble maschile è affiatato e di buon livello; quello femminile idem anche se pecca di una certa disomogeneità fisica che negli atti bianchi è penalizzante.

Mi stupisco ancora di poter vedere danzare a pochi passi da casa, una stella di prima grandezza come Anastasia Matvienko, transfuga dalla Russia putiniana assieme al marito Denis. Certo Aurora è una ragazza di 16 anni mentre la Matvienko è una bellissima donna matura ma lo stile del Marijnsky e la pratica del ruolo è mirabilante. Ha migliorato la sua prestazione scena dopo scena, per cui preferisco dimenticare l'Adage à la rose molto teso e titubante e ricordare un radioso passo a due finale, in cui ha sfoggiato una tecnica sicura e la giusta allure. Kenta Yamamoto è un Principe Desirè solido, elegante e affidabile che la salva in alcuni momenti critici e pericolanti. Proseguendo per ordine di ruolo e di bravura, Marin Ino e Filippo Jorio sono una Principessa Florina e un Uccellino azzurro strepitosi: non una sbavatura, ritmo, stile, tecnica e presenza...cosa chiedere di più? Detesto il ruolo di Carabosse quando viene rappresentato en travesti: tutte le altre fate danzano (e tutte molto bene con una menzione speciale per Erica Pinzano, una Violante comme il faut!) e questa poveretta non è stata invitata, è una psicopatica e si limita a muoversi goffamente a destra e manca...ma quando ad indossare gli abiti è Lukas Zuschlag la musica cambia e siamo di fronte ad un Artista capace di molti, se non di tutto. Buona anche la prova di Emilie Tassinari ne la Fata dei Lillà, più sicura di come la ricordavo anche se mi permetto di suggerirle di abbassare ogni tanto lo sguardo anche a chi è in platea...

Bello spettacolo, sala esaurita, pubblico plaudente e soddisfatto, come il sottoscritto.

sabato 15 giugno 2024

LA PORTA DIVISORIA/IL CASTELLO DEL DUCA BARBABLÚ venerdì 14 giugno 2024

 Locandina dello spettacolo 

Sorprendente finale per la stagione 23/24 della Fondazione Teatro Lirico Giuseppe Verdi di Trieste che , invece di un titolo classico, decide di salutare il pubblico con un dittico di assoluta "rottura": La porta divisoria e il castello del Duca Barbablù. Se dell'unica opera lirica di Béla Bartók qualcosa è dato sapere, della prima ignoro veramente tutto. Il bilancio finale è quello di un dittico che si compensa vicendevolmente.

La porta divisoria di Fiorenzo Carpi, completata nel 2022 da Alessandro Solbiati, in quanto rimasta incompiuta dal lontano 1954 (se volete approfondire seguite questo link all'interessante prolusione di Elisabetta Proietti) ha la sfortuna di essere l'unico libretto d’opera di Giorgio Strehler da La Metamorfosi di Franz Kafka. Strehler ha molto amato l'opera ed è un peccato che, a parte le numerose e famose regie d'opera, non abbia fatto di più per il melodramma. Questo libretto, che fu una commissione di Victor de Sabata, è talmente perfetto da far impallidire, per esempio, quello di Barbablù che segue nella serata triestina. Tutto è equilibrato: il testo, la suddivisione in quadri, i pesi scenici.

È veramente una divisione quella che impone la brillante scenografia di Andrea Stanisci (magistralmente illuminata da Eva Bruno!) che intrappola la famiglia di Gregor Sansa sul palcoscenico e, contemporaneamente, noi pubblico con lo scarafaggio, erigendo una rete che seguendo il perimetro del boccascena divide il palcoscenico dal pubblico, ad eccezione di una porta centrale che si apre brevemente per lasciare del cibo al poveretto o per sdegnarsi alla vista di Gregor trasformato. L'inquietudine crescente che si vive leggendo il racconto di Kafka è perfettamente resa in questo allestimento e molto fa anche la voce di Gregor che parte da un palco di primo ordine, alle nostre spalle, tra di noi, a ricordare la nostra fragilità e mutabilità terrena. Carpi è stato una colonna portante nel lavoro di Strehler e del Piccolo Teatro di Milano, componendo una quantità infinita di musiche di scena e colonne sonore, al punto da doverlo considerare come uno dei maggiori compositori italiani del genere. Lo stile sperimentale che adotta per La porta divisoria è parecchio ostico, rifacendosi alle avanguardie atonali e cacofoniche degli anni '60 del secolo scorso che videro in Luciano Berio il nome più conosciuto, ma bene rende il tormento e lo stridio che doveva vivere interiormente il povero Gregor. I costumi di Clelia De Angelis e la curatissima regia di Giorgio Bongiovanni chiudono il cerchio di un allestimento che, con musica più "convenzionale", sarebbe stato un successo ovvio e inevitabile. Di grande volume e buona presenza scenica le voci di Davide Romeo nel ruolo di Gregor, di Alfonso Michele Ciulla come Padre di Gregorio e di Antonia Salzano come Sorella di Gregor ma di assoluta qualità anche tutto il resto della compagine, con un cenno speciale ai tre divertenti pensionanti.

L'Orchestra del Verdi vince anche in questa occasione, con la buca d'orchestra ricolma di percussioni e percussionisti, capace di eccellere in Mozart, così come in Carpi/Solbiati e Bartok. Marco Angius vibra con loro e, credo, sudi sette camicie per coordinare i suoni stridenti della prima opera e maestosi imperanti della seconda, dove l'orchestrazione del Maestro ungherese raggiunge il capolavoro.

Venendo alla seconda, l'allestimento di Henning Brockhaus è molto lontano dalle mie corde, al punto di trovarlo per nulla convincente e in diversi momenti irritante. Sono in imbarazzo, ovviamente, visto che parliamo di un grande nome della regia teatrale ma in questo blog racconto le mie impressioni da spettatore e tant'è. La triade di artisti che sostiene questo racconto, ispirato alla omonima fiaba di Perrault, è invero di altissimo livello: Andrea Silvestrelli, nel ruolo del Duca, e Isabel De Paoli, nel ruolo di Judith la moglie di Barbablù, hanno entrambi il giusto volume, il timbro scuro e una grande presenza scenica che fa dimenticare la banalità del libretto (non so quante volte Barbablù domanda alla moglie di baciarlo o se ha paura...in ogni caso, troppe!). Lo stesso dicasi per Maurizio Zacchigna che, nel ruolo del bardo, introduce il clima che seguirà. Non ho apprezzato scene, costumi, luci e coreografie e quindi, come d'abitudine, non li cito per non associarli ad un commento negativo.

Sala pienotta, applausi di cortesia per la prima opera e molto più convinti per la seconda con tripudio per i due cantanti della seconda. Ma il Verdi non si ferma e si prepara per una Turandot al Castello di San Giusto e un ritorno più corposo del Festival dell'Operetta.

mercoledì 15 maggio 2024

GISELLE martedì 14 maggio 2024

Locandina dello spettacolo 

Prima di raccontarvi del debutto di Giselle al Teatro Verdi di Trieste da parte della SNG di Lubiana, vorrei condividere una breve riflessione.

Eravamo in un palco di pepiano con una elegantissima signora in abito lungo e voluminoso (con al polso un modernissimo e iperconnesso orologio di plastica nera che si illuminava costantemente...mah!?!). A parte questo fastidio su cui ho taciuto (anche perché la signora continuava a coprirlo con l'altra mano appena si illuminava...allora perché tenerlo al polso? ri mah?!?) nell'intervallo ho chiesto loro che cosa avevano capito della vicenda. Ovviamente quasi nulla tant'è che, avendo preso il programma di sala, si erano precipitati a leggerlo per meglio comprendere. Avevano capito che Albrecht fingeva di essere qualcun altro, che Giselle era morta per essere stata presa in giro ma nulla della sua salute cagionevole o del racconto di Bertha in merito alla leggenda delle Villi. Mi domando come si possa fare per non lasciare gli spettatori nel dubbio di aver compreso, con il pericoloso rischio che la prossima volta non tornino a teatro...a nessuno piace sentirsi ignorante e non capire si trasforma in un'esperienza indubbiamente negativa. La mimica del balletto è frutto di abitudini e tradizioni che poco hanno a che vedere per esempio con il nostro italico gesticolare. Nel mondo del melodramma i soprattitoli hanno indubbiamente semplificato la comprensione del testo che, anche se in italiano aulico, risulta essere comprensibile e aiuta a seguire lo svolgersi della vicenda. È un'eresia pensare di soprattitolare le scene mimiche dei balletti ottocenteschi? Faccio fatica io che vivo in questo mondo da sempre a capire il significato di certi gesti...

Detto ciò, il lavoro che ha fatto José Carlos Martinez nel rimontare questa sua versione per la compagnia slovena è di buona fattura artigianale anche se si limita a riordinare qualche sequenza coreografica (ad esempio introducendo una mini sequenza di danza di carattere nel passo a sei delle amiche di Giselle o qualche variazione nella scena delle vendemmiatrici, introducendo anche i danzatori) e non ad una profonda e/o radicale rilettura del capolavoro ottocentesco come hanno fatto ad esempio Mats Ek o Akram Khan in passato. Nulla di male ma scrivere sul programma di sala "coreografia di" mi sembra decisamente fuori luogo, oltretutto senza neanche citare i vari coreografi di cui si usano intere sequenze coreografiche. È un po' come se io riproponessi La Traviata di Corrado Canulli-Dzuro usando la musica di Giuseppe Verdi o il testo di Francesco Maria Piave senza citarli.

A parte questo, lo spettacolo è piacevole, come un'artista del calibro di Martinez deve garantire. I costumi di Inaki Cobos Guerrero sono tradizionali ma magnifici, di bella fattura e grande eleganza (solo un po' troppo voluminosi i tutù romantici dell'atto bianco che ingoffano e nascondono troppo per i miei gusti); un po' più essenziali le scene che interrompono anche l'illusione visiva alternando quinte scenografate a quelle nere tradizionali; elegante e adeguato anche il disegno luci di Andrej Hajdinjak.

Il direttore d'orchestra Ayrton Desimpelaere è il Direttore che tutti noi danzatori avremmo voluto e vorremmo avere: respira assieme ai Primi ballerini, segue e conosce la coreografia, rallentando e appoggiando dove serve, oltre ad aver riletto dei dettagli e dei colori della partitura che non avevo mai sentito prima, L'Orchestra del Verdi lo segue diligente ma con il poco interesse che dimostra per le partiture da balletto, con i soliti problemi negli ottoni, che sono invece assenti nelle recenti produzioni di Verdi e Rossini...misteri!

Venendo alla Compagnia della SNG Opera in Balet Ljubljana, che sostengo da anni per la qualità e la versatilità, si dimostrano nel complesso ampiamente in grado di affrontare il grande repertorio classico anche se, specialmente nei ruoli solistici, inizia a mostrare il fianco della politica di tutela sindacale dei suoi danzatori che sono costretti ad andare in scena fino all'età della pensione. Nonostante questo, la precisione del Corpo di Ballo è assolutamente encomiabile! Evidentemente la direzione di Renato Zanella e di validi maitres porta i suoi frutti. Anche se è stato deludente vedere solo dodici Villi in scena: il palcoscenico del Verdi non è una piazza d'armi ma in diciotto ci sarebbero state senza problemi.


La scelta di accogliere la coppia di Primi Ballerini, transfughi dalla Russia putiniana, formata da Anastasia e Denis Matvienko si rivela fondamentale in questa produzione. La Matvienko dimostra la grandezza della scuola russa nel forgiare i suoi danzatori a colpi di tecnica e di repertorio della danza classica cosicché ogni interpretazioni parte da uno standard qualitativo altissimo e indiscutibile. La sua Giselle è perfetta, lieve ma al contempo terrena, anche se manca un po' di giovanile freschezza. È accompagnata dal valido Albrecht di Kenta Yamamoto, affidabile partner che riesce a strappare al pubblico triestino l'unico applauso a scena aperta durante la lunga sequenza di entrechat six della fine del secondo atto. Hylarion è interpretato mirabilmente da Denis Matvienko: mai visto una presenza scenica migliore in questo ruolo! Un po' meno l'esecuzione tecnica. Solidissimi invece, anche di presenza scenica, Filip Juric nel passo a due dei contadini del primo atto e Erica Pinzano, una Moyna indiscutibile come mai prima! È un ruolo da solistina dove spesso manca la capacità di sostenuto o la fluidità nell'atterraggio dai salti ma Erica si è dimostrata indiscutibile a tutto tondo: brava!

Sala con molti posti vuoti, pubblico plaudente e competente

lunedì 6 maggio 2024

LA CENERENTOLA venerdì 3 maggio 2024

Locandina dello spettacolo  

E niente: la potenza antidepressiva delle opere di Rossini dovrebbe essere riconosciuta dall'Organizzazione Mondiale della Sanità!! Impossibile uscire tristi dopo l'ascolto....e quanto è divertente il belcanto! Sono da sempre un sostenitore della tecnica in generale che, nel mondo dell'arte, garantisce piena libertà di espressione all'esecutore: stasera ne abbiamo sentiti di bravi!

Preferisco concentrarmi sulla parte musicale perché quella visiva l'ho trovata uno strano pastiche, piuttosto sconclusionata. Non è il primo spettacolo cui assisto firmato da quel mirabolante genio dell'animazione e dell'illustrazione che è stato Lele Luzzati ma, anche stavolta, non ha toccato le mie corde. La cifra infantile e naif non si sposa con il mondo "matematico" della musica di Rossini. Ancora meno hanno aiutato costumi poco in sintonia con le scene, luci che andrebbero chiamate fosche ombre e una regia molto prevedibile che probabilmente ha reso il miglior servizio alle sei comparse maschili in scena. 

I coristi sono stati noiosamente costretti a muoversi costantemente come automi ma sembrano rinvigoriti nel numero (anche se non se ne trova conferma nell'elenco pubblicato sul programma) e lo si percepisce anche dal volume che riempie tutta la sala del Teatro Verdi: lode al Maestro Paolo Longo che continua ad animarli e a domandare integrazioni, immagino. 

Ancora meglio l'Orchestra della Fondazione lirica Giuseppe Verdi di Trieste che ormai sembra a proprio agio affrontando qualunque autore, merito anche di un Direttore straordinariamente attento quale Enrico Calesso: è un vero piacere, ogni tanto, togliere lo sguardo dal palcoscenico e vedere l'eleganza e la partecipazione con cui conduce la sua Orchestra.


Ma vengo ai cantanti che sono stati TUTTI di indiscutibile bravura. Da Laura Verrecchia, un Angelina austera ma vocalmente generosa e tecnicamente potente, al Don Ramiro di Dave Monaco, tenore che sale negli acuti senza mostrare alcuna fatica o strozzatura; dal marpionesco Don Magnifico di Carlo Lepore, presente vocalmente e scenicamente, allo strepitoso Dandini di Giorgio Caoduro, un belcantista con i controfiocchi, capace di sillabati da manuale e di briosa e intelligente presenza scenica; senza trascurare le deliziose sorellastre Tisbe e Clorinda, rispettivamente Carlotta Vichi e Federica Sardella, concludendo con il solido Alidoro di Matteo D'Apolito. Insomma coté musicale di altissimo livello!


Sala pienotta, pubblico contento: bella stagione Sovrintendente Polo!





GRAND FINALE sabato 4 maggio 2024

Locandina dello spettacolo 

Non c'è niente da fare: Maša Kolar come Direttrice non sbaglia un colpo! E anche questa nuova produzione, che chiude una stagione molto felice nella storia del Ballet CNT Rijeka, centra il colpo, posizionandosi come uno spettacolo dai molteplici livelli di lettura.

Forse è il sapere che il coreografo Nadav Zelner è israeliano che influisce sul mio pensiero ma credo sia indiscutibile che questi 55 minuti di spettacolo possono essere goduti come solo movimento ma anche cercando paralleli con la storia che ci avvolge e coinvolge in questo periodo: guerre, esodi, migrazioni, sofferenza, emarginazione. 

Il titolo completo della produzione è "Grand Finale: la tartaruga e la cabina telefonica" e sono in effetti entrambe delle vere protagoniste. Tutti i danzatori indossano un carapace che forse è uno zaino, forse una casa portatile dove conservare quello che serve nel pratico e alla memoria, anche se alla fine si rivela essere soltanto un piumino da indossare, per ripararsi. Invece solo alcuni di loro entreranno nella vera cabina telefonica piazzata in proscenio, a sinistra, dove comunicheranno a turno con amici e parenti lontani raccontando di gioie e dolori, di novità e di nostalgie, riuscendo a giungere ai nostri cuori anche se parlano lingue diverse dalla nostra e i soprattitoli sono solo in croato...

Il linguaggio coreografico di Zelner è molto interessante e personale, tant'è che è quasi impossibile classificarlo in uno stile preciso, visto che non è propriamente contemporaneo né hip hop, ma ha indubbiamente la forza e la capacità di arrivare dove vuole, raccontando storie e scuotendo gli animi.

È uno spettacolo difficile da raccontare per le molteplici immagini e suggestioni, per la velocità a cui viaggia e perché va vissuto personalmente, individualmente. 

I danzatori - magnifici tutti! - sono stati Thomas Krähenbühl, Federico Rubisse, Valentin Chou, Ali Tabbouch (questi due protagonisti di due bellissimi assoli, cucitigli addosso con perizia sartoriale), Alejandro Polo, Álvaro Olmedo, Laura Orlić, Mio Sumiyama, Janne Boere, Noa Gabriel Siluvangi, Soyoka Iwata e Maria Matarranz de las Heras (strepitosa nel suo momento nella cabina telefonica!).


Molto belli i costumi di Maori Zabar dalle eleganti cromie, strepitoso il disegno luci di Dalibor Fugošić che illuminava un suggestivo impianto scenografico urbano di Eran Atzmon.

Teatro pieno, pubblico esultante con ridda di applausi e la sensazione che Fiume/Rijeka sia una capitale nordica piuttosto che una cittadina della provincia croata...



giovedì 25 aprile 2024

SIX mercoledì 24 aprile 2024

 Locandina dello spettacolo 

S U P E R L A T I V O ! ! ! 

Queste sei Signore sono veramente delle Regine e non per trascorsi nobiliari ma perché sono regine del canto, della recitazione e della danza! Che spettacolo incredibile....veramente perfetto dall'inizio alla fine. Perfetto in tutto: nella durata concisa che incredibilmente riesce a svilupparsi in un'ora e mezza a tempo unico, nei tempi teatrali che alternano canto e recitazione nonché situazioni dinamiche alternate ad altre più intime, per il tema che riabilita la figura di sei regine altrimenti note solo per la ferocia del comune marito, per la forma innovativa che non è più quella del musical ma che si accomuna in tutto e per tutto ad un concerto rock...insomma, S T R E P I T O S O ! ! !


La storia della genesi è ugualmente interessante visto che la dobbiamo a due giovani studenti, Toby Marlow e Lucy Moss, che hanno scritto questo spettacolo per i loro compagni di scuola e si sono invece trovati ad avere scritto un capolavoro del teatro musicale contemporaneo. Potete trovare una sinopsi del testo andando alla Locandina dello spettacolo che trovate in cima a questo pezzo. La regia è congiunta tra Lucy Moss e Jamie Armitage e non lascia un secondo di vuoto o di non pensato, grazie anche alla B R I L L A N T E stesura coreografica di Carrie-Anne Ingrouille: tutto è improntato come un continuo alternarsi tra momenti in cui si esibiscono le singole regine, mentre le altre fungono da coriste, ad eccezione di un comune numero centrale e quelli di apertura e chiusura. I testi sono estremamente interessanti ma è fondamentale scaricare l'app che ve li sincronizza sul vostro telefono: altrimenti passerete la serata con il naso all'insù e perdereste lo sfavillante spettacolo che scorre davanti ai vostri occhi! L'impianto scenografico di Emma Bailey è fisso ma, grazie al light designer Tim Deiling che è S E N S A Z I O N A L E, riesce a sembrare sempre diverso. A tutto ciò dobbiamo aggiungere che i costumi sono Gabriella Slade I N C R E D I B I L I e P A Z Z E S C H I ! 



Le sei Queen di cui non saprei cosa altro dire, se non che sono E C C E Z I O N A L I, sono Nicole Louise Lewis, Izi Maxwell, Erin Caldwell, Kenedy Smal, Lou Henry e Aoife Haakenson, mentre la Band è composta da Tamara Morgan, Ellie Jane Grant, Shakira Simpson, Natalie Pilkington con la direzione musicale di Yutong Zang.


G R A Z I E alla direzione del Teatro Stabile del Friuli Venezia Giulia e a Stefano Curti per averci offerto questa serata incredibile, senza dover andare fino a Londra! Teatro esaurito, pubblico in visibilio e numerose groupies che non mi sarei aspettato di vedere a Trieste!



venerdì 29 marzo 2024

NABUCCO mercoledì 27 marzo 2024

 Locandina dello spettacolo 

Nabucco è l'opera che decretò il successo di Giuseppe Verdi ed è un capolavoro che sotto molteplici aspetti non passa mai inosservato. Anche stavolta si è molto scritto e parlato di questa produzione qui a Trieste: tra la prima del 22 marzo e la recita cui ho assistito il 27 i pareri favorevoli e contrari hanno intasato i miei occhi e le mie orecchie, per cui ero molto curioso di capire con chi mi sarei trovato d'accordo...ovviamente né con gli uni che con gli altri! L'origine del cicaleccio era legata alla invisa idea del regista, Giancarlo Del Monaco, di spostare l'ambientazione temporale nel periodo e con le motivazioni per cui fu scritta, piuttosto che riproporre il solito medio oriente immaginario di cartapesta. Ma tutte le voci mi hanno fatto capire che le recite erano praticamente tutte sold out e questo mi fa sempre un gran piacere, oltre al fatto che l'intestatario del teatro lirico cittadino, continua ad essere amato e praticato dai triestini. 



Alla salita della tela nera, si svela un muro incombente di pietra grigia, tetro e presidiato da alcuni soldati in divisa rossa. L'impianto scenografico, ad opera del bravo William Orlandi, incomberà per tutta l'opera, nonostante diverse variazioni sul tema, sottolineando confini ristretti e pesantezza d'animo. Sul muro incombe la scritta "Viva Verdi!" (viva Vittorio Emanuele Re D'Italia il vero significato per i patrioti che lottavano per l'unità d'Italia) che sparirà con un colpo di cannone austroungarico, in un sorprendente effetto scenico. Non ho trovato la trasposizione di Del Monaco indigesta - anzi! - ma la ritengo poco attinente al libretto cantato, soprattutto nel terzo e quarto atto. Sono invece rimasto colpito dalla sua capacità di equilibrare i pesi scenici, con un istinto pittorico invidiabile, riuscendo a creare veri e propri tableaux vivants di rara bellezza. Per arrivare a questo risultato molto sacrifica dei movimenti delle masse e dei protagonisti, rarefacendo e piuttosto ripetendo per rafforzare alcune azioni ma è indubbiamente una lettura originale che riempie gli occhi di bellezza: lo capirete meglio dalle tante, splendide foto di Fabio Parenzan che allego a corredo di questo resoconto. Così come potrete apprezzare i bellissimi costumi, sempre ad opera di Orlandi, che vengono esaltati da uno strepitoso disegno delle luci ad opera di Wolfgang Von Zoubek.

Protagonista indiscusso della serata però è Daniel Oren, direttore d'orchestra israeliano ma di casa al Verdi di Trieste dove è giustamente molto amato, uomo tanto burbero all'aspetto quanto geniale e carismatico nei modi, innamorato del proprio lavoro e della musica, che cerca sempre di mantenere alto lo spirito delle masse artistiche pur chiedendo loro molto. È un Direttore rumoroso, anche in presenza del pubblico, laddove gli altri Direttori si quietano, lui no, aumenta la sua estroversione e la necessità di dirigere un po' tutto, applausi del pubblico inclusi. Anche stasera le incitazioni, i sospiri, gli accenni cantati erano udibili a tutta la sala e ho visto parecchie teste voltarsi intorno per cercare l'origine di quei suoni insoliti. Oren ha saputo rendere Verdi tutt'altro che l'autore preferito da tutte le bande italiane: certi pianissimi, alcuni acuti smorzati e la linea di canto sussurrata sono sicuro che non si trovino in nessuna annotazione del Cigno di Busseto sulla partitura, eppure sono riecheggiati in sala meravigliosi e soavi come non mai! L'Orchestra risponde diligente alle continue richieste di riduzione di suono che il Maestro impone, per dare maggior risalto alle voci in una liason con gli artisti sul palco rara da trovare. 

(A corredo, riporto una breve memoria personale. Gennaio 1990, al Verdi va in scena La vedova allegra in una edizione di gran pregio con regia di Gino Landi, scene e costumi proprio di Willi Orlandi e con Luciana Serra, Roberto Frontali, Daniela Mazzuccato, Max René Cosotti ed Elio Pandolfi...mica briciole! Gino inserisce nel terzo atto il can can dall'Orfeo all'inferno di Offenbach ed Oren acconsente. Si prepara un bis alla bisogna che puntualmente viene richiesto dal pubblico, supportato dallo stesso piglio con cui Oren ha "imposto" il bis del Va' pensiero anche stasera.... Eseguito il bis come da canovaccio, ci accingiamo a lasciare la scena quando sentiamo l'orchestra partire per il ter...non riuscirei a raccontarvi lo stupore e la capacità di improvvisare che ha richiesto a tutti noi danzatori questo scherzoso omaggio a noi ma soprattutto a sua moglie, che molto amava questo numero...indimenticabile Maestro!)




Tornando al mio resoconto, c'è un altro protagonista innegabile ed è il baritono siberiano Roman Burdenko, che ci regala una presenza scenica rara e sensibile, così come una vocalità di altissimo pregio in un ruolo che evidentemente sente molto suo: un grande Nabucco e una grande fortuna averlo visto! Maria Josè Siri è un'ottima Abigaille in una parte vocalmente impervia (questo ruolo mi lascia sembra sempre poco insoddisfatto per il corposo salto interpretativo che impone, facendola passare da vittoriosa a morente in brevissimo tempo: Maestro Verdi potrebbe accontentarmi?) Mi ha lasciato un po' dubbioso lo Zaccaria di Rafael Siwek con una voce con poco colore nonostante la baldanzosa presenza scenica. Adeguato l'Ismaele di Carlo Ventre dal generoso squillo tenorile e delicata comme il faut ma salda la Fenena di Elmina Hasan. Bene Cristian Saitta, Christian Collia ed Elisabetta Zizzo il cui timbro sopranile emergeva in diversi concertati.





Un bravo speciale va agli artisti del Coro della Fondazione lirica Giuseppe Verdi di Trieste, diretti egregiamente dal Maestro Paolo Longo, finalmente un po' rimpolpati e non costretti a gridare per sembrare più di quanti siano in realtà.

Sala gremita, come già detto, pubblico festante e plaudente, concorde con la mia recensione per quanto riguarda gli applausi finali. viva Verdi! No, proprio Giuseppe!!