Caro Massimo
no, non ci conosciamo ma mi permetto lo stesso di chiamarti così e di darti anche del tu, perché tra compagni di battaglia non c'è tempo per inutili formalità e perché il pensiero simile accomuna, avvicina, affraterna.
Ti devo ringraziare per tante cose.
Il primo grazie che ti devo è per aver avuto la voglia, il coraggio e, spero, il bisogno di portare in scena questo grandioso testo di Alexis Gregory, magistralmente tradotto da Enrico Luttmann. Dice bene Michael quando chiede ai giovani che tanto terreno hanno trovato spianato, di avvicinarsi ai gay non più giovani, di parlargli e magari anche di ringraziarli perché se oggi i ragazzi sono liberi è per le randellate fisiche e/o morali che abbiamo preso noi in passato. E questo bellissimo primo monologo ce le fa sentire tutte, tutte quelle che hanno preso le drag queen, vestite con i tailleur spinati delle mamme e non certo con i rutilanti look di oggigiorno, come ci hai saputo meravigliosamente e dolorosamente raccontare tu.
Un altro grazie è per aver studiato ed essere diventato il brillante attore che sei. Questi tre monologhi riuniti, così vicini ma così lontani, forse non ci avrebbero altrettanto catturati se la tua prova d'attore non fosse stata così superlativa da presentarti come il vecchio e canuto Michael, tra i pochi sopravvissuti della rivolta dello Stonewall di New York, per poi trasformarti in Lavinia, uno scoppiettante travestito, e infine apparire come Paul, un'attivista per i diritti civili degli anni '90. Hai saputo raccontarli come dovevano essere e come Alexis Gregory li ha fissati sulla carta dopo averli intervistati: tre personaggi diversissimi tra loro ma capaci di rompere le regole a qualunque costo. Per quanto poco attraente, vecchio e lento sembravi nei panni di Michael, nelle interpretazioni seguenti hai saputo notevolmente stupirci. Per non parlare della bravura nell'essere regista di te stesso, di riuscire a guardarti da fuori con occhio clinico e cinico: complimenti. Mai come in questo momento, possiamo permetterci di abbassare la guardia, dopo tante conquiste e tanti passi avanti, i barbari sembrano essere alla porta e pare che siano interessati soltanto a umiliarci togliendoci quello che ci siano conquistati lottando e soffrendo. Che poi qualcuno dovrà spiegarmi che vantaggi hanno a togliere dei diritti a noi...sadismo? Desiderio di sopraffazione? Invidia? Poracci...
Poi, un grazie commosso è per avermi fatto ricordare che tante persone tolleranti e aperte vivono in questa città, aldilà delle apparenze e della loro scontrosa grazia. Trieste fa di tutto per nasconderle, uniformarle, ridicolizzarle e banalizzarle ma quando serve le anime belle e illuminate che qui vivono escono allo scoperto, senza pudori e reticenze, e battono le mani e si alzano in piedi per ringraziare gli artisti che li commuovono. Ora so che ce ne sono di sicuro almeno duecento a Trieste, che sono quelle che hanno riempito la sala Bartoli in ogni ordine di posto per due sere di fila. Lo hai detto anche tu, in mezzo agli applausi, che Trieste ti ha dato un'accoglienza inaspettatamente calorosa e sono fiero di averla scelta come mia città nei lontani anni '80, dove mi sentivo e tranquillo di poter camminare per qualche breve tratto mano nella mano con il mio fidanzato del tempo, sicuro di non essere adocchiato, deriso, insultato o malmenato.
Poi ci sono due grazie che ti riguardano indirettamente: il primo è per Walter Mramor che con la sua solita gentile lungimiranza manageriale tanto ha fatto e continua a fare per questo territorio, non solo in ambito teatrale ma anche per la comunità gay in generale; il secondo è per il Teatro Stabile del Friuli Venezia Giulia che ha scelto e ospitato questa tua fatica e per averci permesso di goderne, di riflettere, di soffrire ma anche di gioire, rinascere e sperare. Ad entrambi suggerisco, chiedo, imploro di far vedere questo spettacolo a quanti più giovani possibili, a tutte le scolaresche liceali e a tutti quelli che hanno ancora il cuore aperto e vivo.
È stato bello conoscerti, spero di rivederti e di riabbracciarti presto! Tuo,
Corrado
Dal comunicato dell'ufficio stampa del Teatro stabile del Friuli-Venezia Giulia
L’impegno di “Riot Act” è politico e abbraccia un pubblico trasversale, perché vincere nei diritti è segno di civiltà, democrazia e uguaglianza per tutti. Alexis Gregory combina in un unico testo tre monologhi che ripercorre attraverso tre storie vere, la faticosa lotta per i diritti dal 1969 ad oggi, abbracciando ben sei decenni e due continenti. Questo non è uno "spettacolo" ma la testimonianza di tre persone che decidono con coraggio e generosità di raccontarsi. Un resoconto in prima persona della notte allo Stonewall, che ha dato il via al movimento di liberazione omosessuale, il racconto di una vita da drag dagli anni Settanta ad oggi e infine una straziante narrazione sul boicottaggio della lotta contro l'AIDS negli anni Novanta. Storie vere, racconti, potenti e avvolgenti, ma anche brillanti e dissacranti.