lunedì 11 ottobre 2021

APOLLON MUSAGETE/OEDIPUS REX sabato 2 ottobre 2021

 Locandina dello spettacolo 

È stata una scelta audace e intelligente quella di mettere assieme due pagine stravinskiane così dissimili ma così interessanti, per aprire la stagione dello Slovensko Narodno Gledalisce o più facilmente il teatro d'opera e balletto di Lubiana.

Rocc, già direttore artistico del teatro, ha da sempre una grande attenzione alla messa in scena contemporanea, al nuovo. L'ha già dimostrato in diverse regie innovative per quanto concerne il teatro musicale sette/ottocentesco e non potrebbe essere diversamente affrontando la musica di un compositore del novecento. In entrambi i brani non possiamo evitare di vederci rappresentati nelle nostre ansie, nelle frustrazioni di cui incolpiamo sempre agenti esterni, incapaci molto spesso di ammettere che tutto deriva soltanto dalla nostra incapacità di nominare realmente quanto ci accade, di affermare la verità. Rocc è magistralmente assistito dalle coreografie di Renato Zanella che hanno il pregio di restituire ruolo e dignità ad un gruppo di danzatori ancora in forza alla SNG di Lubiana ma, per questioni anagrafiche, ormai in qualche difficoltà a misurarsi in ruoli o passi pensati e destinati a giovani danzatori.




Così, come fece magistralmente Kylian negli anni 80/80, ritroviamo il talento e la forza interpretativa di artisti di grande spessore, che scolpiscono una serie di personaggi e narrano caratteri e vicende, offrendo una diversa chiave di lettura di due pagine musicale di notevole successo: Apollon Musagete e Oedipus Rex.




Non possiamo che applaudire la bravura di Georgeta Capraroiu, Regina Križaj, Barbara Marič, Barbara Potokar, Mateja Železnik, Ursa Vidmar, Iulian Ermalai, Tomaz Horvat, Gaj Rudolf e Gregor Gustin interpreti unici dell'Apollon, affiancati da una compagnia di canto dove, tra qualche alto e qualche basso, svetta su tutti la prestazione di Peter Martincic e Nuska Drascek Rpjko, assieme a Branko Robinsak, Sasa Cano, Janko Volcansek, Matej Vovk, Janja Majzelj (strepitosa!) e Bratislav Ristic.

Che possa essere finalmente una stagione ricca e serena!

domenica 19 settembre 2021

SERATA VIENNESE/DUNAJSKI VECER venerdì 3 settembre 2021

 Locandina dello spettacolo 


La "Serata Viennese" che la compagnia di ballo del Teatro Nazionale Sloveno di Lubiana ci ha proposto, è stato un successo sotto svariati punti di vista.

Il primo è che ha visto il debutto ufficiale del nuovo Direttore della Compagnia, l'italiano Renato Zanella, veronese, a lungo nello stesso ruolo per il Balletto della Staatsoper di Vienna, diventando poi Direttore di tutti i complessi artistici. Debutto riuscitissimo, specialmente grazie a "Alles Walzer", probabilmente il suo titolo più conosciuto e riuscito.

 Il secondo è che lo spettacolo è stato ospitato nell'immensa Gallusova Dvorana dello Cankarjev Dom che, nonostante il contingentamento delle sedute, sembrava piena e festosa come "ai bei, vecchi tempi...", emozione che temo continuerà a stupirmi ancora per un po'.

Terzo perché la Compagnia, nonostante la devastante pandemia che abbiamo vissuto e i relativi "apri&chiudi", si è presentata in splendida forma: affiatata e coesa come ricordavo e sottolineo sempre con piacere.

La serata è iniziata con "Opus 73" sul Concerto per pianoforte e orchestra n° 5 di Ludwig Van Beethoven, magistralmente eseguito dall'Orchestra dello stesso Teatro, diretta dalla bacchetta internazionalmente nota ed esperta di Kevin Rhodes. È una composizione coreografica raffinata, imperniata su quattro intensi passi a due, splendidamente eseguiti dai Primi Ballerini e Solisti della Compagnia. Mi sono rimaste impresse la maschera tragica di Rita Pollacchi e la classe di Kenta Yamamoto, l'enigmatica eleganza di Tjasa Kmetec e la maestria di Petar Dorcevski, l'elastica fluidità di Nina Noc e la dolcezza di Luchas Zuschlag, l'effervescente esecuzione di Marin Ino e la possenza di Filp Juric. 



 
 


Non amando Beethoven, ho trovato la coreografia un po' fiaccata dalla durata nella parte centrale, ma la maestria e il sapere di Renato Zanella hanno saputo risvegliarci attraverso la vista. Le note del programma di sala rivelano che Zanella si è fatto ispirare dalla lettera "Amata immortale" che Beethoven scrisse poco prima di iniziare la composizione di questo concerto e dedicata ad una donna che è tuttora misteriosa, assieme a quattro aspetti che voleva scandagliare coreograficamente - potere, mistero, passione e gioia - indubbiamente riconoscibili nei quattro passi a due di cui sopra. Molto eleganti i costumi ad opera di Anne Marie Legenstein e Alexandra Burgstaller, con preziosi ricami e intarsi posati su leggerissima rete che impreziosivano ancor di più i sinuosi corpi delle danzatrici. Di grande effetto gli innumerevoli pendoli sospesi ad ingombrare e delimitare lo spazio scenico. 



Il brano che chiudeva la serata è il celeberrimo "Alles Walzer" di Renato Zanella, creato per lo Staatsballet di Vienna nel 1997. Come già scrivevo è il suo cavallo di battaglia, e si capisce velocemente perché: brioso, spumeggiante, pieno di danza e di trovate, chiuso da un tocco di lirismo sullo splendido Adagetto dalla Quinta Sinfonia di Gustav Mahler. Riecheggia la belle epoque, l'Austria Felix ma anche il settecento che vedeva ascesa e discesa di Wolgang Amadeus Mozart, insomma tutto l'adorabile cliché austriaco, ben condito e immalinconito da una lacrima finale, in bilico tra nostalgia e puro sentimento. Si susseguono diversi "numeri musicali" ad opera degli Strauss padre e figli, che esaltano velocità, virtuosismi e musicalità nei danzatori della compagnia slovena. Indimenticabili "Lunga vita all'Ungheria" danzato dai solisti e dal corpo di ballo maschile; il delicato e comico "Vita d'artista" visto secondo il canone classico e quello moderno; il brillante trio maschile "Leichtes Blut" con gli strepitosi Kenta Yamamoto, Filippo Jorio e Thomas Giugovaz; il già citato, splendido passo a due sulla musica di Mahler, danzato dai delicatissimi Nina Noc e Kenta Yamamoto. 




Come d'abitudine alla SNG, questo dittico verrà ripreso nella seconda parte della stagione, dal 7 al 13 aprile del 2022: vale la pena di programmare una gita per vederlo!

lunedì 26 luglio 2021

ELEGIA DI THOMAS CHE AVEVA IL CASCHETTO BIONDO sabato 24 luglio 2021

 Il sorriso.

Anche perché sorrideva spesso e con piacere.

Si, la cosa che più ricordo di Thomas bambino era il sorriso aperto e solare che ha ancora. E un bellissimo caschetto biondo, frutto di lunghe estati al mare, che incorniciava un musetto adorabile. E poi quanto era chiuso - parlando in termini danzerecci, mi riferisco alla poca apertura ed elasticità delle gambe - ma quanto ballare fosse un piacere fisico, un istinto irrefrenabile, un bisogno innato anche per lui. Come me, alla sua stessa età.

Ne è passato di tempo e di strada, prima andando all'Accademia del Teatro alla Scala - accompagnato e sostenuto dalla sua intrepida e inossidabile nonna - poi in America per danzare, in Cina e infine a Lubiana, quasi a casa, insomma. Ma Tommy non si è mai dimenticato di Trieste e neanche di noi, dove ha iniziato a muovere i primi passi, guidato da Silvia Califano. Ad ogni ritorno, è sempre passato per un saluto, per fare lezione o anche solo per un abbraccio veloce e questo la dice lunga su chi è, sui suoi valori umani, su come è stato cresciuto.

È andato via di casa a 11 anni per vivere a Milano, città ben più complicata di Trieste, lontano dall'abbraccio di mamma e papà ma volenteroso di farcela. E così è stato. Ha conquistato un'apertura (vedi sopra) invidiabile, di cui ha fatto ampio sfoggio nel passo a due dal terzo atto del Don Chisciotte che ha danzato ieri sera al Castello di San Giusto, volando in un paio di grand ecart da brivido. Oltre a ciò era sicuro, presente, con lo sguardo vivido, curioso e intelligente che lo contraddistingue e che arrivava dritto fino a noi, in platea. Thomas ha "spaccato" per sicurezza tecnica, per padronanza del mestiere, per bellezza e per presenza. Ha portato in scena un pas de deux che, generalmente, chiude i galà per briosità e spettacolarità. In questo caso ha dovuto riscaldare la platea essendo stato posizionato in apertura di serata, ma non è stato un problema. Anzi. Ha un po' velato quello che seguiva, come spesso succede dopo un'emozione forte.

Ed è su questo che vorrei soffermarmi, sulla capacità di Thomas di emozionare, di coinvolgere. 

Ce l'aveva sin da bambino. Lo ricordo ancora al centro di un cerchio di compagne che danzavano e gli occhi degli spettatori erano tutti per lui: in divisa turchese e oro da postino di altri tempi, doveva consegnare a Cenerentola l'invito al ballo, nel saggio di fine anno del 2007. Le altre ragazze si muovevano e tu guardavi lui, perché era gioia di vivere. Felicità di danzare. E lo è tuttora.

Questa dote, unita alla caparbietà, alla lungimiranza di progettazione, al carisma e alla bellezza, gli regaleranno ancora tutti successi che vorrà raccogliere, sul palcoscenico, come nella vita, mantenendolo sempre e per sempre un uomo dal cuore grande e generoso e, per me, il sorriso indimenticabile incorniciato dal caschetto biondo.

Vola Tommy, vola.

martedì 13 luglio 2021

IL LAGO DEI CIGNI martedì 13 luglio 2021

 Locandina dello spettacolo 

Non vi tedierò raccontandovi quanto è stato emozionante poter tornare finalmente in teatro, nel mio Teatro Verdi, qui, a Trieste...vi dirò invece di correre ad accaparrarvi un biglietto perché è una bella produzione, come raramente così vicino! Alla prima di stasera il teatro era in sold out ma mi ha fatto male al cuore vederlo così, mezzo vuoto...500 posti sui circa 1.300 disponibili...finirà.

Ma andiamo con ordine.

Riponevo poca, pochissima speranza di vedere uno spettacolo soddisfacente: molto spesso le "compagnie russe" di giro hanno un buon corpo di ballo, generalmente un po' stagionato, e solisti e primi ballerini altalenanti. Stavolta siamo di fronte ad una compagnia di ottimo livello in tutti i ranghi, con un allestimento suntuoso ed elegante: niente di meglio per ricominciare ad andare a teatro!

Non conoscevo affatto la Compagnia di Balletto Ucraina della città di Leopoli ma ora mi resterà impressa per essere la prima compagnia dell'est che vedo aver fatto propria la finezza del lavoro del metatarso! 

Mi spiego meglio. 


Generalmente le danzatrici di impostazione sovietica hanno la tendenza a salire e scendere sulle punte dei piedi senza usare il passaggio intermedio della mezza punta, che rende il gesto atletico ed artistico più vellutato ed elegante, a mio modesto parere. Sono quindi sorpreso nell'aver visto che tutta la compagnia presta questa attenzione, evidentemente cara al Direttore e ai vari maîtres de ballet. Dettagl,i ma importanti per chi conosce questo mondo. Gli artisti che compongono la compagnia sono meno uniformi di quelli delle maggiori compagini russe ma sono coesi, vanno assieme che è una meraviglia e, pur non avendo piedi e gambe strepitosi, padroneggiano il mestiere e il palcoscenico con grande maestria.


L'allestimento è fiabesco ma di gusto, senza eccedere in costumi troppi sgargianti, pur essendo carico di paillettes e orpelli. Lo stesso dicasi per le scene dipinte e di buona qualità, esenti dalle tipiche "pieghe" che funestano i fondali delle compagnie di giro. La coreografia è originale per quanto riguarda il secondo atto mentre è rimaneggiata con gusto negli altri. Musicalmente, sono sobbalzato sulla poltrona per dei tagli musicali inaspettati mentre adorerei, prima o poi, poter ascoltare la consequenzialità dei numeri così come pensata dal Genio di Pëtr Il'ič Čajkovskij e non come maleducatamente viene modificata e impastata da anni e anni di tradizione ballettistica... 

Venendo agli artisti, Natalia Matsak è un'ottima, eccellente Odette/Odile, tenera e con braccia strepitose negli atti bianchi, così come seduttrice e temperamentosa nel passo a due del terzo atto: ha dalla sua una bellezza che ne fa anche una modella acclamata. Ugualmente bello e principe in ogni movimento il Sigfried di Denys Nedak: elegante, dotato di accattivante presenza scenica e di solido mestiere, abbaglia la platea sin dal suo primo ingresso. Molto prestante e finalmente danzante nella sobrietà di un costume che non lo trasforma in un mostro da cartone animato il Rothbart di Yevheniy Svetlitsa. Bene tutti i solisti che sono troppi per essere citati tutti ma, come scrivevo prima, carichi di mestiere e di stile.

L'Orchestra della Fondazione Lirica è nelle mani del Maestro Yuriy Bervetsky che segue e asseconda magnificamente gli artisti, i suoi artisti visto che è il Direttore del Teatro di Leopoli, ma che forse avrebbe avuto bisogno ancora di una lettura o di qualche prova d'assieme in più per evitare qualche svisatura. Emergono solisti, anche grazie alla nuova sistemazione dell'orchestra che riduce un po' la platea ma mostra il corpo di Stefano Furini, primo violino, vivere la musica con un trasporto che distoglie il mio sguardo dalla scena. Così come gli assoli per arpa di Marina pecchiar o l'oboe di Francesca Guerra incantano le mie orecchie.

Grande, grandissima serata: grazie alla Fondazione del Teatro Lirico Giuseppe Verdi per questo bel regalo!!



mercoledì 19 febbraio 2020

IL PIPISTRELLO martedì 18 febbraio 2020

Locandina dello spettacolo

Come mi piace, ogni tanto, ritornare al magico mondo dell'operetta! Specialmente se è di qualità.
E in questo caso sono stato fortunato.

La direzione artistica del Teatro Nuovo Giovanni da Udine ha saputo scegliere con attenzione il titolo e la produzione da proporre al suo pubblico. La Compagnia Corrado Abbati, che coproduce lo spettacolo assieme al Teatro Ponchielli di Cremona, è ormai un'istituzione storica, in  tournée per l'Italia da più di 25 anni. E ne ha fatta di strada, in tutti i sensi, rispetto alle prime produzioni che ben ricordo. Un bel plus lo aggiunge la presenza dell'Orchestra Città di Ferrara che suona bene e con grande attenzione.

Lo spettacolo che Abbati rilegge, e suddivide giustamente in due atti rispetto ai tre originali, ha un intreccio che non teme il passare del tempo: gli intrighi amorosi e le piccole vendette sono all'ordine del giorno anche nella nostra era  social! La regia è curata e gli interpreti sono a proprio agio nei singoli ruoli: forse avrei preferito una recitazione meno da "cantante lirico" ma così vuole la tradizione. I tempi comici sono rodati e pieni di trovate. Insomma lo spettacolo fila come un treno, a parte il rallentamento nella scena del carcere dove Abbati si prende la scena e tutto il tempo per sfoderare il suo talento comico: bravo ma un po' in contrasto con la snella piacevolezza del resto.
L'allestimento scenico è semplice ma di effetto, con tre pareti modanate che si trasformano da salotto a carcere con pochi accorgimenti e grande economia, per le numerose tournée di cui la compagnia vive. I costumi sono a noi contemporanei ma non mancano di quel tocco teatrale che ci aiuta ad
immaginare. Le coreografie di Francesco Frola sono gradevoli ma un po' troppo scolastiche, quando potrebbe mettere maggiormente a suo agio i suoi ottimi danzatori con soluzioni più semplici e di maggiore impatto.

Venendo al cast, non posso che complimentarmi con tutti gli artisti che ho trovato perfettamente adeguati e di ottimo livello! L'elegante Rosalinde di Giovanna Iacobellis, la brillante Adele di Mariska Bordoni, la graziosa Ida di Cristina Calisi e l'affascinante Principe Orlovsky di Antonella Degasperi così come il simpatico Gabriel Von Eisenstein di Davide Zaccherini, il penetrante Dottor Falke di Lorenzo Frola, il buffo tenore Alfred di Federico Bonghi, il solido Frank di Fabrizio Macciantelli, il tartagliante Avvocato Blind di Lorenzo Marchi e il già citato Abbati nel ruolo di Frosch. Completano la compagnia i danzatori Miriam Fontana, Daniele Natale, Martina Sassano e Melissa Venturi con Zarah Frola e Marek Brafa Misicoro, interpreti del grazioso passo a due di apertura.


La direzione d'orchestra di Marco Fiorini si presenta con un ouverture dai tempi molto dilatati ma poi prende ritmo e ci trascina tutti fino a costringerci a battere le mani a tempo sulle melodie meravigliose e immortali che Johann Strauss ci ha regalato.

Teatro pieno e pubblico entusiasta.

martedì 11 febbraio 2020

SHINE/PINK FLOYD martedì 11 febbraio 2020

Locandina dello spettacolo

Aspetti positivi
Ogni produzione firmata da Daniele Cipriani significa garanzia di grande qualità artistica, altissimo livello di danzatori, pulizia tecnica dell'ensemble e originalità progettuale.

Aspetti negativi
Mai amato i Pink Floyd e le coreografie di Micha van Hoecke.

Quindi la serata inizia un po' di malavoglia, ma il piacere di andare a teatro vince sempre su tutto.


Il palco è dominato da una struttura metallica che ospiterà immagini, scritte e videoproiezioni, circondato a sua volta da diversi fari led motorizzati. Sotto di lui prende spazio la band mentre il resto del palco è libero per ospitare i danzatori.

All'ingresso del pubblico, sullo schermo ruota lentamente una proiezione della luna che ce la mostra magica, quasi in rilievo. Poi entra la band, seguita dai danzatori e lo spettacolo ha inizio.
I primi tre, quattro brani sono per me digeribili, poi, vuoi il volume, vuoi delle canzoni che non mi toccano l'anima, il resto diventa frastuono. Ma per me, e mi scuso con gli appassionati dei Pink Floyd.

Micha van Hoecke coreografo continua a non piacermi. Non ama la danza astratta, fine a sé stessa, e la farcisce qui e là di gesti che dovrebbero darle più spessore, mentre spesso il risultato scade nel mimo. I momenti puramente coreografici sono migliori ma la cifra stilistica è molto povera, priva di particolare interesse.
Costruisce con equilibrio la regia dello spettacolo, da esperto uomo di teatro qual è ma, di nuovo, non mi tocca l'anima.
Sobri ma interessanti i costumi di Anna Biagiotti, strepitoso, ricco e fantasioso il disegno luci di Alessandro Caso.

In scena viene sfoderato un mostro sacro, Denis Ganio, memorabile interprete dei maggiori capolavori di Roland Petit e di qualche stagione nella Maison parigina, nel ruolo di Syd Barrett, uno dei componenti della band originaria che si perse nelle regioni sconosciute della luna, intesa come malattia mentale. È un dolore vedere Ganio muoversi così, sofferente fisicamente, e interpretativamente un po' caricaturale e ammiccante: elegante, bellissimo e sobrio come invece lo ricordavo. Ma tiene, ovviamente, magistralmente la scena e il pubblico lo ripaga con una splendida ovazione durante i ringraziamenti finali.

L'alter ego giovane di Ganio/Barrett è uno splendido danzatore, Mattia Tortora, potente, bello e concreto, dotato di epico ballon: come si usa dire, una promessa della danza.
Accanto a lui una splendida compagine di danzatori che meritano di essere citati tutti (visto che non c'è un programma di sala che ricordi chi ha danzato cosa): Alessandro Burini, Andrea Caleffi, Benedetta Comandini, Umberto Desantis, Susanna Elviretti, Maria Vittoria Frascarelli, Mattia Ignomiriello, Ilaria Grisanti, Marco Lo Presti, Francesco Moro, Davide Pietroniro, Lara Rocco e Madoka Sasaki.

Non capendo nulla della loro musica, prendo atto della bravura dei Pink Floyd Legend (Fabio Castaldi, 
Alessandro Errichetti, Emanuele Esposito, Simone Temporali, Paolo Angioi, Michele Leiss, Martina Pelosi, Sonia Russino, Giorgia Zaccagni e Andrea Arnese), riferendo dell'entusiasmo sfegatato con cui i tanti appassionati del gruppo hanno osannato, applaudito e ringraziato la band e i cantanti.

Teatro sold out e applausi soddisfatti.

sabato 18 gennaio 2020

LUCREZIA BORGIA venerdì 17 gennaio 2020

Locandina dello spettacolo

Finalmente ieri sera mi sono sentito in Europa e non più in Italia! Al Tetro Verdi di Trieste abbiamo assistito alla prima di questa opera, che personalmente ascoltavo per la prima volta, che mancava dal palcoscenico triestino dal lontano 1871.
Il perché è abbastanza chiaro: non ci sono arie particolarmente indimenticabili - belle pagine corali sì - il tema è cupo e intriso di incesto e sesso, e si sente la transizione tra l'opera settecentesca e l'arrivo del romanticismo. Sembra quindi un po' ibrida anche se, vista nell'allestimento di ieri, si coglie tutta la modernità e la lungimiranza di una creazione che doveva risultare assolutamente scandalosa e troppo liberale per l'epoca in cui è stata composta e rappresentata. Tant'è che ha avuto fortune altalenanti, cambi di titolo e diverse riscritture.
Detto ciò, la mano, lo stile di Gaetano Donizetti è riconoscibile e già di grande levatura, pronto ad offrire al successore Verdi, una nuova struttura compositiva sulla quale impostare i tanti capolavori che ci regalerà poi il Cigno di Busseto.

Una regia così moderna, così attenta alla recitazione e alla costruzione dei singoli personaggi, era da un po' che non la vedevo: allusioni, simbologie, un lavoro così strettamente connesso ai costumi, alle scene e alle luci, rivela l'esistenza di un team creativo come usava nei bei, vecchi tempi... Di questo non smetterò mai di ringraziare il regista Andrea Berbard, per essere riuscito a farmi scoprire un titolo che ancora non conoscevo e per aver rapito i miei occhi incollati, al palcoscenico per tutta la durata dell'opera. Riesce perfettamente il racconto della sfortunata vicenda di Lucrezia Borgia, ricordata da noi posteri solo per l'abilità nel manovrare i veleni, ma anche figlia illegittima di un papa e madre di un figlio che non poté crescere né riconoscere. Una storia la sua, come quella di tante altre nobili italiane del medioevo, dove gli interessi politici e di stato avevano la maggiore sui sentimenti. Bernard scolpisce i personaggi di quest'opera gli offre baci omosessuali e incestuosi, inscena orge (com'era ardito e moderno il librettista Romano che già nel testo escludeva l'iniziale B del cognome della protagonista per definire la pochezza morale di questa grande famiglia), sottomissioni e abusi di potere, giochi di ruolo e quant'altro oggi ci sembra dejà-vu ma lo sottolinea con la potenza che solo un palcoscenico può dare e avere.

Tutto questo vive e palpita nell'interpretazione di Carmela Remigio, una indimenticabile Lucrezia Borgia, animata da attimi di follia, momenti di disperazione e di amore profondo e materno, ma capace di dominare la scena anche solo con la forza espressiva del suo canto: voce possente, bel fraseggio, timbro interessante e salda tecnica belcantistica. Brava, bravissima! Veramente.
Come già scrivevo il team che Bernard ha raccolto intorno a sé tesse la rete creativa di questo allestimento con una coerenza e uno stile che restano indimenticabili. La semplice ma efficace e suggestiva scenografia ad opera di Alberto Beltrame, sottolinea ed esalta la vicenda nella linearità di due dolci collinette poste lateralmente, attraverso le quali le masse precipitano o fuggono di scena. Completa il tutto un pannello sospeso semovente che da soffitto a cassettoni, diventa pietra tombale, facciata di palazzo e baldacchino. Per non parlare della culla...ma di quella lascio a voi la scoperta, perché andrete a veder una replica, e non farete come i tanti abbonati che hanno lasciato il teatro semivuoto alla prima.

Lo stesso dicasi per i costumi firmati da Elena Beccaro: d'epoca ma modernissimi, con materiali e tinte ardite (l'abito giallo acido di Lucrezia è ancora scolpito nelle mie retine) e piccoli dettagli sbrilluccicanti a lasciare un segno. Tutto ciò è ancora più esaltato dall'incredibile e magistrale disegno luci di Marco Alba che miscela qualunque tipo di tecnologia per raggiungere il risultato voluto. I movimenti di alcuni personaggi e delle masse sono, come si usa ormai nel mondo del cinema, costruiti e arricchiti da un coreografo, qui Marta Negrini, che rendono la visione agli occhi di noi spettatori quanto più veritiera, completa e cesellata. Insomma un team di grande levatura artistica e capacità: grazie!

Venendo alla parte musicale, l'orchestra del Verdi ha sempre bisogno di riscaldare i suoi fiati, specialmente se sono i primi a suonare, ma poi recupera benissimo ed offre una prestazione di grande livello, guidata dalla bacchetta giovane ma sapiente di Roberto Gianola che, nelle note sul libretto di sala, ci spiega il passaggio di testimone tra Rossini, Donizetti e Verdi, con grande semplicità e chiarezza, dimostrando la grande conoscenza della materie e del periodo storico.
Il coro maschile guidato da Francesca Tosi è bravo, bravissimo a sembrare più ampio di quel che è, considerando anche che diversi comprimari escono dalle sue fila. La protesta sindacale che è in atto sembra volta proprio a incrementare la loro pianta organica e non possiamo che concordare, anche per avere dei volumi più importanti in occasione degli spettacoli.

Il timbro prettamente tenorile del Gennaro di Stefan Pop trapassa il suono dell'orchestra e giunge a noi chiaro, con buon fraseggio, potenza di emissione e capacità tecniche. Fisicamente ha il limite di essere molto corpulento e barbuto, aspetti entrambi inficianti le sue doti attoriali e che ci ricorda quella del giovane Pavarotti.
Sicuro, con voce chiara e tonante e anche lui dotato di buona tecnica, il Don Alfonso di Dongho Kim incanta per la crudele presenza scenica e la bella forza della sua importante voce.
Cecilia Molinari, nel ruolo en-travestì di Maffio Orsini ha una bella presenza scenica e una voce impostata e adeguata, forse un po' piccola visto che si perde nei concertati e qualche volta è coperta anche solo dall'orchestra.
I comprimari sono tali e adeguati erano.
Qualche inutile fischio all'indirizzo del team creativo, ma proprio inutile.
Lo spettacolo è di quelli belli, da non perdere, ma ormai lo avrete capito. Repliche fino al 25 gennaio