sabato 19 gennaio 2019

NABUCCO venerdì 18 gennaio 2019

Locandina dello spettacolo

Sono sempre sollevato quando uno spettacolo è riuscito e posso raccontarne le mie impressioni che si muovono tra il positivo e l'entusiasta!
E così è per questo Nabucco che inaugura con grande successo il 2019 della stagione d'opera e balletto della Fondazione Teatro Lirico Giuseppe Verdi di Trieste.

La produzione è rodata, avendo già debuttato nel 2014 per il circuito dell'As.Li.Co., ed è un piacere per gli occhi e per le orecchie.
Ad iniziare dall'imponente scenografia ad opera di Emanuele Sinisi che si restringe, come il teleobiettivo di una fotocamera, nelle scene più intimistiche e si espande per accogliere l'imponente massa corale, grazie allo scivolamento laterale di quattro grandi monoliti e un fondale a ghigliottina (di grande effetto la stanza in cui è rinchiuso Nabucco). Per proseguire con le splendide luci di Fiammetta Baldisserri che esaltano, nascondono, suggeriscono e riescono a convivere, per esempio, con estrema delicatezza al baluginare delle fiammelle che il coro sorregge durante il Và pensiero. Ancora, nella lineare bellezza dei costumi firmati da Simona Morresi che vanno dalle tuniche sobrie e pulite all'esagerata bellezza della cappa di piume nere indossata Abigaille. Il tutto è legato dalla regia firmata da Andrea Cigni, ripresa a Trieste da Danilo Rubeca, che riesce a essere tradizionale ma per nulla polverosa, innovativa ma senza strafare, curata senza diventare ossessiva...insomma, a mio parere, riuscita e godibilissima. I personaggi sono costruiti, il coro non è statico e il lavoro di unione di tutti gli elementi c'è: bravi!

La parte musicale è allo stesso livello.
L'Orchestra del Teatro Verdi suona questa partitura con l'amore e la devozione che il Cigno di Busseto merita e che vorrei che riservassero anche in occasione degli spettacoli di balletto, specialmente se si tratta di Tchaikovski. Il Maestro Christopher Franklyn riesce a gestire con uguale cura e dedizione il coro, i solisti, la banda in palcoscenico e la sua orchestra, rendendo ugualmente chiare le zone impetuose, ardimentose di questa opera, così come quelle più melodiche e romantiche. Ottima la prestazione del
Coro del massimo triestino, rimpolpato nelle fila e meticolosamente istruito dal Maestro Francesca Tosi.
Venendo ai solisti, Giovanni Meoni è stato un Nabucco estremamente convincente, dai volumi possenti, dal fraseggio chiaro e con bel timbro. Amarilli Nizza, una fuoriclasse della lirica, è stata una affascinante Abigaille, confermando di possedere un'eccellente tecnica di canto, che la rende padrona del proprio strumento voce, consentendole di passare agilmente dai filati agli acuti, con vibrati di grande effetto. Bravissimo Riccardo Rados che interpreta il non facile ruolo di Ismaele (e chissà che emozione anche per il papà Roberto, nel coro del teatro da molti anni, nel vederselo davanti, protagonista...). Ma più di tutti ho amato Nicola Ulivieri, a proprio agio nel canto ma ancor di più nell'interpretare Zaccaria che, evidentemente, sente particolarmente e che arriva a noi pubblico con sincerità e chiarezza interpretativa. Incisiva sia vocalmente che scenicamente la Fenena di Aya Wakizono e adeguati gli altri comprimari Andrea Schifaudo, Rinako Hara e Francesco Musinu.

Spiace solo che la tirata per tenere la durata dell'opera in tempi accettabili alla nostra contemporaneità abbia raggelato il pubblico triestino della prima, notoriamente non molto generoso, pronto a scattare in un applauso ma bloccato dalla bacchetta del Direttore che ripartiva subito dopo che l'ultima nota di un'aria, di un coro aveva smesso di riecheggiare nella cavea orchestrale. Sala pienissima

martedì 18 dicembre 2018

LO SCHIACCIANOCI - RACCONTO DI NATALE martedì 18 dicembre 2018

Locandina dello spettacolo

Potevo mancare di andare a controllare uno dei miei corpi di ballo preferiti in occasione della ripresa annuale de "Lo Schiaccianoci - Una favola Natalizia"?!? Certo che no! E, infatti, sono andato.

La Compagnia di Balletto della SNG di Lubiana, in Slovenia, propone da parecchi anni questa bella, intelligente ed elegante versione de "Lo schiaccianoci" ad opera di Youri Vamos, che rappresenta una valida alternativa agli allestimenti più tradizionali. Vamos ha unito il libretto originale di Marius Petipa (che si era rifatto all'adattamento di Dumas del racconto di Hoffman "Lo Schiaccianoci e il Re dei Topi") al Racconto di Natale di Charles Dickens, scrivendo una storia nuova, efficace e con una morale di fondo molto più accattivante delle complicate e nascoste letture psicologiche del testo tradizionale. 
A parte questa interessante idea di mescolare queste due vicende che hanno il comune denominatore nel Natale, l’aspetto più interessante è la personalissima cifra coreografica che Vamos dimostra ed elargisce a piene mani. Siamo pieni di coreografi che possiamo definire “seguace di”, “figlio di”, “ispirato da”. Vamos, nonostante non abbia raggiunto la fama planetaria di Balanchine, di Bejart, di Forsythe è un coreografo unico ed estremamente interessante. Ogni passaggio, ogni presa, ogni passo, esula dalle convenzioni o dalle regole del “bravo coreografo”, denunciando evidentemente un bisogno personalissimo e unico, la necessità di coreografare per esprimere un mondo privato molto ricco e interessante. 


E' divertente e intrigante vedere come nei sogni di Scrooge le persone che abitano il suo stesso villaggio diventano i protagonisti del suo sogno, anzi, incubo: quindi il poliziotto inglese, il tipico Bobbie, si trasforma nello “Spettro della morte”, Bob Cratchit diventa il solista maschile della danza spagnola, e così via. Nel finale, e ancor più nei ringraziamenti,  il coreografo si diverte a svelare questo gioco di doppi creando un divertito gioco di smascheramenti e sorprese.
Ha inoltre l'enorme merito di aver rimosso gli inutili e poco credibili topi, le danze sociali dei parenti e tutte le lungaggini del primo atto di qualunque versione.
Infine, credo di non aver mai visto bambini, anche molto piccoli, così attenti e rapiti da quanto succedeva in scena in nessuna altra versione
L'unica pecca sono i tagli e i montaggi rispetto alla partitura originale, alcuni veramente selvaggi...
L'allestimento di scene e costumi ad opera di Michael Scott è di buona fattura e di ottima levatura e lo stesso si può dire per le luci di Klaus Garditz.

La compagnia slovena è una delle mie protegée e continua a dimostrarsi all'altezza delle aspettative. Pieni di energia, puliti, assieme e molto generosi, riescono a rendere chiaro e nitido ogni passaggio della coreografia di Vamos così veloce, complessa e piena di movimenti! In questa prima ripresa avrebbero forse avuto bisogno ancora di un paio di prove, considerando che hanno finito le repliche de Il lago dei cigni soltanto da qualche giorno...

Lo Scrooge di Tomaz Horvat è stato musicalissimo ed espressivo; Ana Klasnja deliziosa e sbarazzina, ha dimostrato ancora più forza e leggerezza nel ruolo da Prima Ballerina che la Direttrice della compagnia, Sanja Neskovic Persin, le ha affidato. Splendida prova anche per Kenta Yamamoto che è stato un partner sicuro e un solista affidabile, tecnicamente molto più fluido che in passato.

Marin Ino si conferma nata per fare lo Spirito del Natale: un ruolo veramente impervio tecnicamente che lei sciorina tecnicamente con una semplicità incredibile, abile nel cesellare tutti i singoli passaggi dell'intricata coreografia di Vamos: brava!
Seducente, con un pizzico di gay follia lo Spirito della Morte di Petar Dorcevski: padrone della scena e tecnicamente saldo anche nella Danza Spagnola del secondo atto.
Bene tutti i solisti, in particolare Filippo Jorio che è riuscito a passare dai soldati del primo atto alle tre coppie soliste dei Fiocchi di neve, dalla Danza Russa al quartetto solistico del Valzer dei fiori senza cedere di un sorriso e di una quinta posizione: bravo!

Anche il Maestro Aleksandar Spasic avrebbe avuto bisogno ancora di qualche prova per legare maggiormente i suoni dell'Orchestra del Teatro Nazionale.

Teatro sold out, e lo sarà anche in molte delle prossime recite, e pubblico entusiasta!

martedì 20 novembre 2018

UN UOMO CON UN COLTELLO/COMPOSIZIONE martedì 20 novembre 2018

Locandina dello spettacolo

Un uomo con un coltello e Composizione, in scena sul palcoscenico del Teatro dell'Opera e del Balletto di Lubiana, potrebbero avere come sottotitolo "o di come anche le scenografie possono danzare"...

Vi spiego il perché.

Oltre ad essere accomunate da due partiture contemporanee entrambe, a mio modesto parere, decisamente riuscite ed interessanti, le due coreografie godono della particolarità di avere delle scenografie che, specialmente in Un uomo con un coltello, danzano al punto di rendersi più interessanti della costruzione coreografica.

Matjaz Faric è un coreografo sloveno di grande successo, conosciuto anche dal pubblico italiano, che festeggia il suo primo ventennio creativo. In questa produzione intitolata  Un uomo con un coltello ho trovato molto più interessante la regia, il climax che ha saputo creare,le tensioni che ci ha imposto rispetto al tessuto coreografico vero e proprio che, a parte il blocco dei terzetti che entrano continuamente da punti diversi della scena e la parte affidata ai soli uomini, mi è sembrato molto vago e poco incisivo, nonostante la ricerca di innovare il proprio personale vocabolario tersicoreo. Questo non vuol dire che non ci siano, come scrivevo prima, momenti di bellezza e di poesia, ma la mia impressione principale è che Faric sia stato più interessato dai movimenti di scena e dalle luci che la dalla creazione della danza.

La Composizione di Sanja Neskovic Persin invece resta fedele al suo titolo e mostra un buon lavoro artigianale della direttrice della compagnia slovena: musicalità sopraffina, fantasia scatenata, struttura coreografica riconoscibile e di buon mestiere, innovazione creativa fanno della Neskovic una coreografa interessante e da non sottovalutare. Il suo brano scorre via leggero, spensierato e gradevole, tutto ciò di cui spesso abbiamo bisogno in tempi così convulsi e tesi. I costumi di Uros Belantic non particolarmente belli ma sviluppati in gradazioni di colori magnificamente accostati tra loro, aiutano la coreografia a risultare ancora più lieve e gradevole.

Su tutto, come dicevo all'inizio, svettano le scene di Meta Gurgrevic: nel primo brano due enormi muri grigi serigrafati e mobili che scandiscono lo spazio scenico trasformandolo in uno stretto vicolo, un ampio salone e tanti altri luoghi che la nostra immaginazione è libera di proiettare; nel secondo dei fondali bianchi drappeggiati rubano la scena ai danzatori, accorciandosi, stendendosi, crollando e oscillando con effetti di alta poesia...veramente interessanti e di notevole impatto visivo!

Danzatori che la scena non se la fanno rubare proprio per niente! Magnetico e competente Owen Lane nella prima coreografia, tanto quanto Hugo Mbeng nella seconda che, peraltro, non tralascia di sfoderare un'ottima tecnica classica: a lui si affianca splendidamente Marin Ino interprete di uno splendido solo che danza con libertà e ardore. Tutta la compagnia presente in scena lavora bene, unisona ma ricca di personalità. Di Composizione mi resterà nel cuore e nella mente la splendida sezione in controluce affidata ai danzatori e alle danzatrici giapponesi in forza alla compagnia, il blocco affidato alle danzatrici e l'ipnotico manege in cui le coppie girano su se stesse, come moderni dervisci...

L'orchestra della SNG di Lubiana esce vittoriosa da due partiture roboanti e complicate: la prima per  Un uomo con un coltello scritta da Milko Lazar intensa, potente e straziante; la seconda di Drago Ivanusa per Composizione molto più "facile e riconoscibile" ma così gradevole da pacificare i nostri spiriti. A guidare entrambe la bacchetta giovane ma sapiente di Marko Hribernik.

Pubblico sparuto ma plaudente soprattutto alla prima coreografia a riprova che, molto probabilmente, io non capisco un piffero...

giovedì 25 ottobre 2018

WE WILL ROCK YOU giovedì 25 ottobre 2016

Locandina dello spettacolo

A distanza di sette anni e dopo aver visto anche l'edizione originale inglese, mi trovo a scrivere nuovamente di una edizione italiana di "We Will Rock You" che ha fatto il suo debutto italiano a Trieste nella Sala Assicurazioni Generali del Politeama Rossetti di Trieste.
Ahimè, a fronte di una parte musicale di altissimo livello, la versione scenica è assolutamente deludente rispetto alla precedente edizione e a quella anglosassone.



La trama seppur folle, seppur semplice "acchiappa". Vuoi per l'humor che la percorre, vuoi per i tanti riferimenti sarcastici al mondo musicale leggero italiano, vuoi perché il nostro è visto come il paese del "cantiamoci sopra" ed è vero che a noi Italiani la musica piace, quindi l'idea che qualcuno abbia spento la musica e la passione delle persone per la stessa, non ci piace e ci spinge a parteggiare per i Bohémiennes che vogliono recuperarla. Siamo nel 2311 e il mondo è controllato dalla Global Soft, capeggiato da Killer Queen, impersonata da una strepitosa Valentina Ferrari: una presenza imponente e una voce che prende, conquista, stravolge e appassiona per estensione, tecnica e colore. Il giovane ribelle Galileo, cui presta il corpo e la voce rock bella e potente Salvo Vinci, insieme a Scaramouche, Alessandra Ferrari dalla grande verve e con voce graffiante e travolgente, diventeranno i paladini della distruzione della Global Soft e, contemporaneamente delle riconsegna della musica al mondo. Come andrà a finire? Ovvio...è un musical e tutto finisce sempre bene...

La regia scorre senza picchi e senza abissi, abitando una scenografia statica e senza fantasia, mentre sono gradevoli i costumi e le coreografie ad opera di Gail Richardson.
Bravo tutto il resto dello staff da Massimiliano Colonna, un nostalgico Pop, a Claudio Zanelli un ottimo Britt e ancora Paolo Barllari e Loredana Fadda. Ma un bravo anche all'ensemble, agli orchestrali diretti con maestria da Riccardo di Paola. Ancora un bravo al Vocal Director Antonio Torella – i cantanti sono da urlo! - e a Valentina Ferrari per la direzione artistica.

Ultima nota dolente di molte produzioni italiane: la fonica. Sarà stato per il poco rodaggio dello spettacolo ma è stata veramente un disastro: microfoni scoppiettanti, aperture mancati, taratura degli alti al livello degno degli ultrasuoni animali...
Trieste avrà sicuramente la fama di eseere una città anziana ma non abbiamo capito se, la motivazione per tenere i volumi così alti, era data dalla speranza che gli anziani restassero svegli o che potessero sentire comodamente...in ogni caso non avevo mai sentito tante lamentele in merito

Pubblico plaudente ma non particolarmente trasportato

sabato 2 giugno 2018

L'ITALIANA IN ALGERI martedì 29 maggio 2018

Locandina dello spettacolo

Correte al botteghino e accaparratevi l'ultimo biglietto disponibile! Sia che riusciate a vedere la splendida regia di Stefano Vizioli, sia che riusciate ad avere un biglietto a visibilità ridotta con il quale riuscite solo a sentire una splendida compagnia di canto, non ve ne pentirete!


Questo allestimento ha dalla sua una splendida concezione visiva, grazie alle immaginifiche scenografie e ai fantasiosi e coloratissimi costumi di Ugo Nespolo, che viaggiano dal pop al surrealismo; a ciò bisogna aggiungere l'alta qualità della regia tradizionale, curata e divertente che Stefano Vizioli mette in scena con l'aiuto di Pierluigi Vanelli. Il lavoro fatto sugli artisti, sulle comparse e sul coro è veramente minuzioso e accuratissimo: scene e controscene sono piene di dettagli e spunti e nulla è lasciato al caso, all'improvvisazione.

A parte qualche momento dove Rossini, secondo il costume e gli usi dell'epoca, indugia in arie che avrebbero bisogno oggigiorno di qualche taglio, lo spettacolo è perfettamente scorrevole anche per noi, nevrotico pubblico odierno...


Dal punto di vista musicale, la direzione di George Petrou è dinamica, fresca, ricca di tutti i colori e i meravigliosi crescendo rossiniani sono cristallini e tutt'altro che chiassosi: l'Orchestra della Fondazione lo segue docilmente ma con sicurezza in tutti i comparti.
La compagnia di canto è omogenea e di ottimo livello, abilissima nel sillabare le perfidie rossiniane con chiarezza e grande musicalità.
Chiara Amarù è una Isabella civettuola e simpatica con un bellissimo timbro da contralto, più che da mezzo come Rossini richiedeva, che non si lascia spaventare neanche dalle "salite" più impervie; il Lindoro di Antonino Siragusa non ha bisogno di miei pareri: squillante, potente, con un timbro inconfondibile e una facilità e naturalezza negli acuti che non può che lasciare a bocca aperta; sono rimasto piacevolmente sorpreso da

Nicola Ulivieri nel ruolo di Mustafà: grande voce con una grande estensione e la rara capacità di salire doveraramente ho sentito arrivare un basso: wow; Nicolò Ceriani, nel ruolo di Taddeo, conferma le sue grandi doti attoriali e, con il passare degli anni, sembra non perdere nulla del suo bellissimo "vocione" ma anzi appare sempre più curato e...bravo!


Bene anche Shi Zong, Giulia Della Paruta e Silvia Pasini.
Il coro maschile del Teatro Verdi se la cava egregiamente per presenza scenica e volume dii suono, per quanto numericamente sempre più sparuti.
Serata veramente piacevole, pubblico entusiasta e generoso: vale tutto il sacrificio di andare a teatro, invece
che al mare, domani...


giovedì 24 maggio 2018

MACBETH martedì 22 maggio 2018

Locandina dello spettacolo

E niente...io sono sempre più sloveno nei gusti operistici...volevo dirvelo.
Echissenefrega direte voi.
Ma io lo voglio ribadire perché, soprattutto chi mi legge a Trieste e dintorni, deve sapere che a 80 km di distanza dalla nostra città, ci sono degli spettacoli che hanno un respiro, delle idee, che noi manco alla Scala.
Ecco, l'ho detto.
E la mia opinione, per carità, ma andate a dare un'occhiata...


Mai ho visto un Macbeth di Giuseppe Verdi, in un allestimento più luminoso, elegante, privo di false foreste e di coriste cenciose e gobbe.
In questo spettacolo che si apre con un effetto specchio grazie agli artisti che entrano in scena alla spicciolata e prendono posto in una platea speculare alla nostra, prevale la fantasia teatrale, sfrenata e prolifica, del regista Jernej Lorenci.
Non ha freni Lorenci e passa dall'atmosfera del teatro nel teatro al settecento con dama e cicisbeo, dalla penombra alla piena luce, senza che nulla sembri mai esagerato, fuori luogo o senza senso.
Mentre in Italia andiamo ancora avanti con mastodontiche scenografie costruite, piani inclinati al limite del sovrumano, schiere di figuranti speciali, dove ci sono idee fresche e voglia di osare, bastano dei coristi (strepitoso soprattutto il comparto femminile!) e una cornice dorata. Nulla viene tradito o perso del dramma Shakespeariano ma tutto prende una piega contemporanea, nostra, che ci consente di vivere assieme agli artisti tutto quello che la narrazione dispiega.
Dovrei scrivere per ore per raccontare le tante idee, i mille spunti, le infinite suggestioni ma finirei per sminuire il lavoro di Lorenci: vi invito quindi ad andare ad assistere alle repliche di giugno e alle riprese che, sicuramente, seguiranno nella prossima stagione.


Molto lo deve anche al suo staff di collaboratori: a partire dallo scenografo Branko Hojnik, alla costumista Belinda Radulovic, dal light designer Andrej Hajdinjak al coreografo Gregor Lustek, che concorrono tutti assieme, eccellendo ognuno nel proprio campo, alla creazione di un'allestimento degno dei grandi festival e dei maggiori teatri d'opera.


E molto lo deve anche alla parte musicale.
Alla direzione eccellente di Jaroslav Kyzlink che suona Verdi come si dovrebbe con i clamori e i pianissimi; allo strepitoso coro della SNG di Lubiana che in Macbeth assume una rilevanza assolutamente protagonistica e che meritano un BRAVO infinito; e infine ad una protagonista strepitosa, una Lady Macbeth che potrebbe convincermi a rititolare tutta l'opera in Lady Macbeth, la grandissima Iveta Jirikova.

Per me che sono cresciuto a suon di Maria Callas, sentire una cantante che non me la fa rimpiangere nelle arie più celebri, che mi comunica pathos oltre alla tecnica, ha del miracoloso: a tutto ciò la Signora Jirikova aggiunge una presenza scenica di tutto rispetto che ben si abbina alle eccezionali doti di canto, di volume, colore e fraseggio.
Per contro ho trovato il comparto maschile meno esaltante.

Il Macbeth di Sinisa Hapac ha avuto un brutto inizio, un'ottima zona centrale e un finale sottotono, con una voce di buon volume ma con poco colore.
Per contro ho trovato Branko Robinšak in piena forma, con la sua bella voce tenorile e la capacità di squillare con estrema facilità.
Il resto della compagnia era assolutamente adeguata e coinvolta nella resa di questo bello spettacolo.

Teatro pieno, pubblico entusiasta: tre ore volate come se ne fosse passata soltanto una.

mercoledì 9 maggio 2018

FROM BACH TO BOWIE martedì 8 maggio 2018

Locandina dello spettacolo

APPUNTI IN ORDINE SPARSO

1. sono sempre più felice di vivere in una città di provincia, lontana da certe frenesie. Nel vedere l'ansia e la velocità con la quale si muovono gli splendidi danzatori della Complexions Dance di New York, mi sono completamente riappacificato con i ritmi lenti e paciosi di Trieste

2. ammiro la capacità degli americani di fregarsene dei fisici dei propri danzatori: alti, bassi, magri sovrappeso, sproporzionati...va tutto bene, purché si muovano bene...bravi!
Un'altra lode va alla grandiosa miscellanea di razze e colori di pelle che rendono questo ensemble una gioia per gli occhi.

3. non sopporto più la moda della destrutturazione del movimento. Alcune linee, alcune posizioni della danza classica, alcuni principi della modern dance, sono talmente belli che non hanno nessun bisogno di trovare nuove chiavi interpretative. Oltretutto guardare per 46 minuti splendidi danzatori che si contorcono come vittime di coliche è irritante per me, come per la fila di anziani spettatori che avevo davanti e che ha iniziato a parlottare, come studenti all'ascolto della più noiosa delle lezioni.

4. se la musica barocca per clavicembalo e affini ad opera di Bach fosse durata anche soltanto per altri 60 secondi, avrei chiesto la perforazione dei timpani. Oltretutto accostata con un mix stilisticamente piuttosto discutibile.

5. Desmond Richardson è ancora un danzatore strepitoso e si vede nitidamente la differenza di spessore rispetto ai suoi più giovani colleghi: il suo corpo racconta un vissuto importante, sia fisico che artistico. La coreografia che Dwight Rhoden, il coreografo principale dei Complexions, gli scolpisce addosso è totalmente rispettosa delle necessarie pause per comunicare appieno quello che lo strumento Richardson sa far vibrare, in incredibile divergenza con i contorcimenti che abbiamo dovuto vedere fino all'attimo prima.

6. il teatro era bello pieno!

7. dopo l'insopportabile barocco, si sono susseguiti quattro brani piuttosto inutili e privi di anima. Per fortuna la chiusura era affidata a Star Dust, un omaggio alla musica di David Bowie che ha ribaltato le sorti di una serata tutt'altro che felice, immergendoci in un clima simpaticamente anni '80, pregno di estro e genialità tipicamente americane, kitsch ma libere da cliché e piene di fantasia!

8. sono sempre più stufo di vedere splendidi danzatori alla mercé di coreografi senza idee, di creativi che evidentemente risentono ancora della crisi di fine millennio.