mercoledì 19 febbraio 2020

IL PIPISTRELLO martedì 18 febbraio 2020

Locandina dello spettacolo

Come mi piace, ogni tanto, ritornare al magico mondo dell'operetta! Specialmente se è di qualità.
E in questo caso sono stato fortunato.

La direzione artistica del Teatro Nuovo Giovanni da Udine ha saputo scegliere con attenzione il titolo e la produzione da proporre al suo pubblico. La Compagnia Corrado Abbati, che coproduce lo spettacolo assieme al Teatro Ponchielli di Cremona, è ormai un'istituzione storica, in  tournée per l'Italia da più di 25 anni. E ne ha fatta di strada, in tutti i sensi, rispetto alle prime produzioni che ben ricordo. Un bel plus lo aggiunge la presenza dell'Orchestra Città di Ferrara che suona bene e con grande attenzione.

Lo spettacolo che Abbati rilegge, e suddivide giustamente in due atti rispetto ai tre originali, ha un intreccio che non teme il passare del tempo: gli intrighi amorosi e le piccole vendette sono all'ordine del giorno anche nella nostra era  social! La regia è curata e gli interpreti sono a proprio agio nei singoli ruoli: forse avrei preferito una recitazione meno da "cantante lirico" ma così vuole la tradizione. I tempi comici sono rodati e pieni di trovate. Insomma lo spettacolo fila come un treno, a parte il rallentamento nella scena del carcere dove Abbati si prende la scena e tutto il tempo per sfoderare il suo talento comico: bravo ma un po' in contrasto con la snella piacevolezza del resto.
L'allestimento scenico è semplice ma di effetto, con tre pareti modanate che si trasformano da salotto a carcere con pochi accorgimenti e grande economia, per le numerose tournée di cui la compagnia vive. I costumi sono a noi contemporanei ma non mancano di quel tocco teatrale che ci aiuta ad
immaginare. Le coreografie di Francesco Frola sono gradevoli ma un po' troppo scolastiche, quando potrebbe mettere maggiormente a suo agio i suoi ottimi danzatori con soluzioni più semplici e di maggiore impatto.

Venendo al cast, non posso che complimentarmi con tutti gli artisti che ho trovato perfettamente adeguati e di ottimo livello! L'elegante Rosalinde di Giovanna Iacobellis, la brillante Adele di Mariska Bordoni, la graziosa Ida di Cristina Calisi e l'affascinante Principe Orlovsky di Antonella Degasperi così come il simpatico Gabriel Von Eisenstein di Davide Zaccherini, il penetrante Dottor Falke di Lorenzo Frola, il buffo tenore Alfred di Federico Bonghi, il solido Frank di Fabrizio Macciantelli, il tartagliante Avvocato Blind di Lorenzo Marchi e il già citato Abbati nel ruolo di Frosch. Completano la compagnia i danzatori Miriam Fontana, Daniele Natale, Martina Sassano e Melissa Venturi con Zarah Frola e Marek Brafa Misicoro, interpreti del grazioso passo a due di apertura.


La direzione d'orchestra di Marco Fiorini si presenta con un ouverture dai tempi molto dilatati ma poi prende ritmo e ci trascina tutti fino a costringerci a battere le mani a tempo sulle melodie meravigliose e immortali che Johann Strauss ci ha regalato.

Teatro pieno e pubblico entusiasta.

martedì 11 febbraio 2020

SHINE/PINK FLOYD martedì 11 febbraio 2020

Locandina dello spettacolo

Aspetti positivi
Ogni produzione firmata da Daniele Cipriani significa garanzia di grande qualità artistica, altissimo livello di danzatori, pulizia tecnica dell'ensemble e originalità progettuale.

Aspetti negativi
Mai amato i Pink Floyd e le coreografie di Micha van Hoecke.

Quindi la serata inizia un po' di malavoglia, ma il piacere di andare a teatro vince sempre su tutto.


Il palco è dominato da una struttura metallica che ospiterà immagini, scritte e videoproiezioni, circondato a sua volta da diversi fari led motorizzati. Sotto di lui prende spazio la band mentre il resto del palco è libero per ospitare i danzatori.

All'ingresso del pubblico, sullo schermo ruota lentamente una proiezione della luna che ce la mostra magica, quasi in rilievo. Poi entra la band, seguita dai danzatori e lo spettacolo ha inizio.
I primi tre, quattro brani sono per me digeribili, poi, vuoi il volume, vuoi delle canzoni che non mi toccano l'anima, il resto diventa frastuono. Ma per me, e mi scuso con gli appassionati dei Pink Floyd.

Micha van Hoecke coreografo continua a non piacermi. Non ama la danza astratta, fine a sé stessa, e la farcisce qui e là di gesti che dovrebbero darle più spessore, mentre spesso il risultato scade nel mimo. I momenti puramente coreografici sono migliori ma la cifra stilistica è molto povera, priva di particolare interesse.
Costruisce con equilibrio la regia dello spettacolo, da esperto uomo di teatro qual è ma, di nuovo, non mi tocca l'anima.
Sobri ma interessanti i costumi di Anna Biagiotti, strepitoso, ricco e fantasioso il disegno luci di Alessandro Caso.

In scena viene sfoderato un mostro sacro, Denis Ganio, memorabile interprete dei maggiori capolavori di Roland Petit e di qualche stagione nella Maison parigina, nel ruolo di Syd Barrett, uno dei componenti della band originaria che si perse nelle regioni sconosciute della luna, intesa come malattia mentale. È un dolore vedere Ganio muoversi così, sofferente fisicamente, e interpretativamente un po' caricaturale e ammiccante: elegante, bellissimo e sobrio come invece lo ricordavo. Ma tiene, ovviamente, magistralmente la scena e il pubblico lo ripaga con una splendida ovazione durante i ringraziamenti finali.

L'alter ego giovane di Ganio/Barrett è uno splendido danzatore, Mattia Tortora, potente, bello e concreto, dotato di epico ballon: come si usa dire, una promessa della danza.
Accanto a lui una splendida compagine di danzatori che meritano di essere citati tutti (visto che non c'è un programma di sala che ricordi chi ha danzato cosa): Alessandro Burini, Andrea Caleffi, Benedetta Comandini, Umberto Desantis, Susanna Elviretti, Maria Vittoria Frascarelli, Mattia Ignomiriello, Ilaria Grisanti, Marco Lo Presti, Francesco Moro, Davide Pietroniro, Lara Rocco e Madoka Sasaki.

Non capendo nulla della loro musica, prendo atto della bravura dei Pink Floyd Legend (Fabio Castaldi, 
Alessandro Errichetti, Emanuele Esposito, Simone Temporali, Paolo Angioi, Michele Leiss, Martina Pelosi, Sonia Russino, Giorgia Zaccagni e Andrea Arnese), riferendo dell'entusiasmo sfegatato con cui i tanti appassionati del gruppo hanno osannato, applaudito e ringraziato la band e i cantanti.

Teatro sold out e applausi soddisfatti.

sabato 18 gennaio 2020

LUCREZIA BORGIA venerdì 17 gennaio 2020

Locandina dello spettacolo

Finalmente ieri sera mi sono sentito in Europa e non più in Italia! Al Tetro Verdi di Trieste abbiamo assistito alla prima di questa opera, che personalmente ascoltavo per la prima volta, che mancava dal palcoscenico triestino dal lontano 1871.
Il perché è abbastanza chiaro: non ci sono arie particolarmente indimenticabili - belle pagine corali sì - il tema è cupo e intriso di incesto e sesso, e si sente la transizione tra l'opera settecentesca e l'arrivo del romanticismo. Sembra quindi un po' ibrida anche se, vista nell'allestimento di ieri, si coglie tutta la modernità e la lungimiranza di una creazione che doveva risultare assolutamente scandalosa e troppo liberale per l'epoca in cui è stata composta e rappresentata. Tant'è che ha avuto fortune altalenanti, cambi di titolo e diverse riscritture.
Detto ciò, la mano, lo stile di Gaetano Donizetti è riconoscibile e già di grande levatura, pronto ad offrire al successore Verdi, una nuova struttura compositiva sulla quale impostare i tanti capolavori che ci regalerà poi il Cigno di Busseto.

Una regia così moderna, così attenta alla recitazione e alla costruzione dei singoli personaggi, era da un po' che non la vedevo: allusioni, simbologie, un lavoro così strettamente connesso ai costumi, alle scene e alle luci, rivela l'esistenza di un team creativo come usava nei bei, vecchi tempi... Di questo non smetterò mai di ringraziare il regista Andrea Berbard, per essere riuscito a farmi scoprire un titolo che ancora non conoscevo e per aver rapito i miei occhi incollati, al palcoscenico per tutta la durata dell'opera. Riesce perfettamente il racconto della sfortunata vicenda di Lucrezia Borgia, ricordata da noi posteri solo per l'abilità nel manovrare i veleni, ma anche figlia illegittima di un papa e madre di un figlio che non poté crescere né riconoscere. Una storia la sua, come quella di tante altre nobili italiane del medioevo, dove gli interessi politici e di stato avevano la maggiore sui sentimenti. Bernard scolpisce i personaggi di quest'opera gli offre baci omosessuali e incestuosi, inscena orge (com'era ardito e moderno il librettista Romano che già nel testo escludeva l'iniziale B del cognome della protagonista per definire la pochezza morale di questa grande famiglia), sottomissioni e abusi di potere, giochi di ruolo e quant'altro oggi ci sembra dejà-vu ma lo sottolinea con la potenza che solo un palcoscenico può dare e avere.

Tutto questo vive e palpita nell'interpretazione di Carmela Remigio, una indimenticabile Lucrezia Borgia, animata da attimi di follia, momenti di disperazione e di amore profondo e materno, ma capace di dominare la scena anche solo con la forza espressiva del suo canto: voce possente, bel fraseggio, timbro interessante e salda tecnica belcantistica. Brava, bravissima! Veramente.
Come già scrivevo il team che Bernard ha raccolto intorno a sé tesse la rete creativa di questo allestimento con una coerenza e uno stile che restano indimenticabili. La semplice ma efficace e suggestiva scenografia ad opera di Alberto Beltrame, sottolinea ed esalta la vicenda nella linearità di due dolci collinette poste lateralmente, attraverso le quali le masse precipitano o fuggono di scena. Completa il tutto un pannello sospeso semovente che da soffitto a cassettoni, diventa pietra tombale, facciata di palazzo e baldacchino. Per non parlare della culla...ma di quella lascio a voi la scoperta, perché andrete a veder una replica, e non farete come i tanti abbonati che hanno lasciato il teatro semivuoto alla prima.

Lo stesso dicasi per i costumi firmati da Elena Beccaro: d'epoca ma modernissimi, con materiali e tinte ardite (l'abito giallo acido di Lucrezia è ancora scolpito nelle mie retine) e piccoli dettagli sbrilluccicanti a lasciare un segno. Tutto ciò è ancora più esaltato dall'incredibile e magistrale disegno luci di Marco Alba che miscela qualunque tipo di tecnologia per raggiungere il risultato voluto. I movimenti di alcuni personaggi e delle masse sono, come si usa ormai nel mondo del cinema, costruiti e arricchiti da un coreografo, qui Marta Negrini, che rendono la visione agli occhi di noi spettatori quanto più veritiera, completa e cesellata. Insomma un team di grande levatura artistica e capacità: grazie!

Venendo alla parte musicale, l'orchestra del Verdi ha sempre bisogno di riscaldare i suoi fiati, specialmente se sono i primi a suonare, ma poi recupera benissimo ed offre una prestazione di grande livello, guidata dalla bacchetta giovane ma sapiente di Roberto Gianola che, nelle note sul libretto di sala, ci spiega il passaggio di testimone tra Rossini, Donizetti e Verdi, con grande semplicità e chiarezza, dimostrando la grande conoscenza della materie e del periodo storico.
Il coro maschile guidato da Francesca Tosi è bravo, bravissimo a sembrare più ampio di quel che è, considerando anche che diversi comprimari escono dalle sue fila. La protesta sindacale che è in atto sembra volta proprio a incrementare la loro pianta organica e non possiamo che concordare, anche per avere dei volumi più importanti in occasione degli spettacoli.

Il timbro prettamente tenorile del Gennaro di Stefan Pop trapassa il suono dell'orchestra e giunge a noi chiaro, con buon fraseggio, potenza di emissione e capacità tecniche. Fisicamente ha il limite di essere molto corpulento e barbuto, aspetti entrambi inficianti le sue doti attoriali e che ci ricorda quella del giovane Pavarotti.
Sicuro, con voce chiara e tonante e anche lui dotato di buona tecnica, il Don Alfonso di Dongho Kim incanta per la crudele presenza scenica e la bella forza della sua importante voce.
Cecilia Molinari, nel ruolo en-travestì di Maffio Orsini ha una bella presenza scenica e una voce impostata e adeguata, forse un po' piccola visto che si perde nei concertati e qualche volta è coperta anche solo dall'orchestra.
I comprimari sono tali e adeguati erano.
Qualche inutile fischio all'indirizzo del team creativo, ma proprio inutile.
Lo spettacolo è di quelli belli, da non perdere, ma ormai lo avrete capito. Repliche fino al 25 gennaio

martedì 10 dicembre 2019

LO SCHIACCIANOCI - RACCONTO DI NATALE martedì 10 dicembre 2019

Locandina dello spettacolo

Eccomi al consueto check annuale di uno dei miei corpi di ballo preferiti in occasione della ripresa de "Lo Schiaccianoci - Una favola Natalizia"?!?

La Compagnia di Balletto della SNG di Lubiana, in Slovenia, propone da parecchi anni (stasera erano alla 150esima replica!) questa bella, intelligente ed elegante versione de "Lo schiaccianoci" ad opera di Youri Vamos, che rappresenta una valida alternativa agli allestimenti più tradizionali. Vamos ha unito il libretto originale di Marius Petipa (che si era rifatto all'adattamento di Dumas del racconto di Hoffman "Lo Schiaccianoci e il Re dei Topi") al Racconto di Natale di Charles Dickens, scrivendo una storia nuova, efficace e con una morale di fondo molto più accattivante delle complicate e nascoste letture psicologiche del testo tradizionale.

A parte questa interessante idea di mescolare queste due vicende che hanno il comune denominatore nel Natale, l’aspetto più interessante è la personalissima cifra coreografica che Vamos dimostra ed elargisce a piene mani. Siamo pieni di coreografi che possiamo definire “seguace di”, “figlio di”, “ispirato da”. Vamos, nonostante non abbia raggiunto la fama planetaria di Balanchine, di Bejart, di Forsythe è un coreografo unico ed estremamente interessante. Ogni passaggio, ogni presa, ogni passo, esula dalle convenzioni o dalle regole del “bravo coreografo”, denunciando evidentemente un bisogno personalissimo e unico, la necessità di coreografare per esprimere un mondo privato molto ricco e interessante.

E' divertente e intrigante vedere come nei sogni di Scrooge le persone che abitano il suo stesso villaggio diventano i protagonisti del suo sogno, anzi, incubo. Ha inoltre l'enorme merito di aver rimosso gli inutili e poco credibili topi, le danze sociali dei parenti e tutte le lungaggini del primo atto di qualunque versione.
Infine, credo di non aver mai visto bambini, anche molto piccoli, così attenti e rapiti da quanto succedeva in scena in nessuna altra versione
L'unica pecca sono i tagli e i montaggi rispetto alla partitura originale, alcuni veramente selvaggi...
L'allestimento di scene e costumi ad opera di Michael Scott è di buona fattura e di ottima levatura e lo stesso si può dire per le luci di Klaus Garditz.

La compagnia slovena è una delle mie protegée e continua a dimostrarsi all'altezza delle aspettative. Pieni di energia, puliti, assieme e molto generosi, riescono a rendere chiaro e nitido ogni passaggio della coreografia di Vamos così veloce, complessa e piena di movimenti!

Lo Scrooge di Tomaz Horvat è stato musicalissimo ed espressivo; Lisa Pavlov deliziosa e sbarazzina, molto più a suo agio nel grand pas de deux che nel primo atto, è nitida ed elegante come una Prima Ballerina deve essere, assecondata da un elegantissimo Timoteo Mock, partner sicuro e brillante danzatore.

Yaman Kelemet è a suo agio nel complicato, tecnicamente parlando, ruolo dello Spirito del Natale dove porta l'eleganza e un sorriso tutt'altro che stereotipati
Seducente, con un pizzico di gay follia lo Spirito della Morte di Petar Dorcevski: padrone della scena e tecnicamente saldo anche nella Danza Spagnola del secondo atto.
Bene tutti i solisti, in particolare Lukas Bareman e Filippo Jorio che sono riusciti a passare dai soldati del primo atto alle tre coppie soliste dei Fiocchi di neve, dalla Danza Russa al quartetto solistico del Valzer dei fiori senza cedere di un sorriso e di una quinta posizione: bravi!

Il Maestro Aleksandar Spasic avrebbe avuto bisogno ancora di qualche prova per legare maggiormente i suoni dell'Orchestra del Teatro Nazionale che, in questo caso, sembrano imitare la svogliatezza degli orchestrali italiani quando gli si chiede di suonare per accompagnare la danza....spero di sbagliarmi!

Teatro sold out, e lo sarà anche in molte delle prossime recite, e pubblico entusiasta!

giovedì 21 novembre 2019

RUMORI FUORI SCENA mercoledì novembre 2019

Locandina dello spettacolo

Credo di essere alla mia decima visione di Rumori fuori scena, uno spettacolo che mi fa ridere sempre e ancora! Trovo che il testo sia un capolavoro del teatro comico contemporaneo, scritto da Michael Frayn, con la stessa attenzione e cura che ha saputo dedicare ai fratelli maggiori, da Copenhagen a Miele selvatico, fino ai romanzi e ai saggi.
Lo spettacolo è geniale già nella struttura: uno stesso canovaccio teatrale viene visto durante la prova generale, due mesi dopo il debutto da dietro le quinte e, un'ultima volta, sei mesi dopo in una qualche replica nella più sperduta provincia inglese.

In tutto ciò si dipanano le dinamiche tipiche di una compagnia teatrale che, generalmente, si trova improvvisamente a dover convivere forzatamente, convivenza esaltatrice di qualunque tipo di sentimenti e relazioni.
Assistiamo quindi a coppie che nascono e scoppiano, enunciate dal portavoce di turno, a rivalità e sodalizi, ad ascese e discese. Tutti i sentimenti vengono esposti perché una compagnia da tournée diventa una sorta di famiglia temporanea con cui tutto va inevitabilmente condiviso.
Se a tutto ciò, per ammissione dello stesso regista, aggiungiamo che il testo è piuttosto debole, abbiamo spunti comici in abbondanza, tra porte che si aprono e si chiudono, che non si aprono e non si chiudono e piatti di sardine che entrano ed escono, spesso nel momento sbagliato.
L'unica vera pecca di questa brillante commedia è il finale che, dopo le tante risate regalate durante tutta la serata, resta il momento meno incisivo.

Il regista di questo allestimento, Valerio Binasco anche interprete nello stesso ruolo, sembra tentare la strada dell'improvvisazione, lasciando ai suoi interpreti maggiore libertà ma, forse, l'unica versione più compiuta era quella cinematografica del 1992 che, cito a memoria, abbandonava il palcoscenico per raccontare brevemente com'erano evolute le varie relazioni.
Ma poco importa perché le risate sono infinite e due ore e mezza di buonumore sono un qualcosa di cui ringraziare sempre ai giorni d'oggi!

La compagnia del Teatro Stabile di Torino mantiene alta la nomea e la qualità, sciorinando ottimi attori di grandi versatilità: Francesca Agostini, Fabrizio Contri, Andrea Di Casa, Giordana Faggiano, Elena Gigliotti, Milvia Marigliano, Nicola Pannelli e Ivan Zerbinati (in rigoroso ordine alfabetico) assecondano il loro regista senza perdere un briciolo di personalità! Dalla attricetta bella ma non molto intelligente al gigione dal pensiero incomprensibile, da quella buona e amica di tutti al factotum un po' "fatto", tutti hanno il loro posto al sole e lo usano benissimo. Complici l'imponente scenografia di Margherita Palli, i costumi di Sandra Cardini e le luci di Pasquale Mari, assistiamo ad una messinscena di ottima qualità!
Repliche triestine fino a domenica 24 novembre e poi in giro fino a fine anno

mercoledì 13 novembre 2019

IL GRANDE GATSBY martedì 12 novembre 2019

Locandina dello spettacolo

Francis Scott Fitzgerald è stato il mio scrittore preferito durante l'adolescenza e ho letto tutte le sue opere ma Il grande Gatsby non è stato il mio romanzo preferito (Tenera è la notte sì!), soprattutto a causa della trama poco chiara e per la gran quantità di personaggi e nomi.
Mi sono quindi approcciato a questa messa in scena con qualche perplessità, domandandomi come avrebbe fatto un coreografo a rendere leggibile un plot così complesso. Leo Mujic è un coreografo che conoscevo di nome per Glembaj in repertorio al Balletto Nazionale di Zagabria, ma di cui non avevo ancora mai visto nulla.
Ancora più dubbi.

Poi si è aperto il sipario anzi, per l'esattezza, è salito un fondale nero ed è iniziato un assolo, danzato meravigliosamente da Lukas Bareman. Ma proprio meravigliosamente: fluido come il miele che scende da un cucchiaio, con gambe e schiena  incredibilmente flessibili! E lì ho iniziato a rilassarmi: un coreografo che costruisce un solo di questo tipo su un danzatore il suo mestiere lo conosce bene.

Man mano che si dipanava la storia, restavo sempre più sorpreso dalla grande competenza scenica di Mujic che riusciva ad utilizzare i pesi e i contrappesi scenici sempre con grande maestria: primi piani e controscene, il grandioso effetto del corpo di ballo schierato di schiena che sale sul pianale motorizzato dalla fossa orchestrale, la danza degli elementi scenici appesi, il travolgente Sing Sing Sing per l'intera compagnia, le mille trovate sceniche e attrezzistiche....bravo! La sua cifra stilistica non è particolarmente innovativa ma è molto musicale, ricca di nuances interpretative e di grande effetto, cucita con grande maestria addosso ai danzatori, di cui sa esaltare tutte le doti...bravissimo!
Il collage musicale unisce brani di Philip Glass, Leonard Bernstein, George Gershwin, Louis Prima, Samuel Barber, Glenn Miller, George Whitefield Chadwick, al punto che sembrano esser stati scritti tutti nella stessa epoca e proprio per questa vicenda.

Il corpo di ballo del Teatro Nazionale di Lubiana interpreta questa coreografia con brio, voglia, piacere ed entusiasmo. La nuova direzione di Petar Dorcevski sembra aver infuso nuova linfa ad un ensemble che appare ancora più giovane e
vitale: dai primi ballerini ai solisti, dai danzatori di fila fino alle comparse, tutti sono compresi nei loro ruoli e sembrano voler offrire la vita in cambio della possibilità di poter danzare!

Molti sono i ruoli solistici e sarebbe impossibile elencarli tutti ma non posso non soffermarmi sulla danza elegante di Tjaša Kmetec, sul brio civettuolo di Rita Pollacchi, sulla verve giovanile di Yaman Kelemet; sul versante maschile Petar Đorčevski conferma le sue doti di partner brillante e di solista talentuoso, Lukas Zuschlag disegna un piccolo cammeo ma con la solita
finezza interpretativa e Hugo Mbeng non smette mai di sciorinare tecnica intrepida e netta. Di Lukas Bareman vi ho parlato all'inizio ma resta ancora la sorpresa di István Simon: un danzatore cristallino, di grande presenza scenica e di ottimo livello tecnico, capace di fluidità e al contempo di brio...eccellente!

L'apparato scenografico ad opera di Stefano Katunar è tanto semplice quanto fortemente suggestivo e capace di portarci nei luoghi del racconto grazie soprattutto al magistrale disegno luci di Aleksandar Čavlek, veramente strepitoso! I costumi di Manuela Paladin Šabanović riportano con grande sensibilità a quest'epoca per me
magica, fatta di senso di libertà, di sregolatezza e di possibilità, di abbandono e di sogno, e se il racconto è riuscito è senza dubbio anche grazie alla drammaturgia riscritta da Bálint Rauscher. Insomma, sto diventando sempre più filoSNG ma, se riuscite, andate a vedere una replica (ne sono previste a fine dicembre e ai primi di gennaio): ne vale la pena!

domenica 20 ottobre 2019

IL FLAUTO MAGICO martedì 15 ottobre 2019

Locandina dello spettacolo

E, come al solito, la SNG di Lubiana mi conquista con le sue produzioni...
Per questo resoconto ho deciso di postare qualche fotografia in più perché questa produzione lo merita, tanto sembra essere figlia del genio lineare di Bob Wilson: è talmente sobria e asciutta che rasenta la perfezione...

Via tutti gli orpelli, le epoche definibili, i saloni, le gabbie per i Papageni, via tutto il Settecento e

l'Ottocento che hanno permeato tonnellate di allestimenti, ed eccoci ai giorni nostri o appena più avanti, in un futuro asettico ma molto prossimo, che piace e al contempo impaurisce.
La simbologia massonica, esoterica, c'è invece tutta, e diventa questa il rispetto della tradizione. Alcune scritte che appaiono qua e là rafforzano, scandiscono ancora di più i concetti che vengono cantati e non può che tornare utile, invece che pedissequo...

Tutto il team creativo composta dal regista Jaša Koceli, dallo scenografo Darjan Mihajlović e dalla costumista Branka Pavlič ha
lavorato in una coesione massima di vedute e stile, supportati dalle incredibili e immaginifiche luci di David Andrej Francky e dalle belle immagini di Mankica Kranjec.
Ma per una volta un plauso ancora più grande va alla coreografa Tajda Podobnik che spiega, visualizza e sottolinea con grande forza lo scorrere della narrazione e gli aspetti meno chiari, grazie ai corpi dei suoi danzatori Anamaria Bagarić e Kany Obenga, oltre che al suo.

Venendo alla parte musicale, l'Orchestra del Teatro dell'Opera di Lubiana ha suonato

magistralmente la partitura di Mozart, sotto la guida sicura ed elegante di Jaroslav Kyzlink, assistito da Marko Hribernik. Molto bene anche il coro diretto da Željka Ulčnik, interprete di una regia molto "piazzata" ma spesso piuttosto esigente con una massa artistica in genere non molto incline al movimento.

La compagnia di canto femminile si reggeva sulla sicura e potente Pamina di Urška Arlič Gololičič, sulla strepitosa Regina della Notte di Nina Dominko, sulla Papagena, appena sotto tono, di Martina Robinšak e sulle divertentissime e sicure Dame interpretate da  Katja Konvalinka, Štefica Stipančević e Sabina Gruden; quella maschile, forse un po' meno sicura, con il Sarastro di Saša Čano, il Tamino di Edvard Strah, il Monostatos Andrej Debevec e il brillante Papageno di Matjaž Robavs: Adeguato il resto dei comprimari.

Uno spettacolo veramente molto interessante e gradevole che, come prima nuova produzione della stagione, non può che far ben sperare sul proseguo...