LA TRAVIATA/TURANDOT 6 e 7 agosto 2026
Locandina di Turandot
Questa è l'Arena! Ricordo questo slogan di una celebrazione di trent'anni fa e, in effetti, riassume perfettamente l'idea di uno stile, di un genere, dello sfarzo delle produzioni che la direzione artistica dell'Arena di Verona persegue e propone ad ogni stagione, che siano novità o riprese eccellenti di altre edizioni. Che si tratti di titoli operistici, musicali o della rarissima danza, in Arena tutto si adegua alla storica maestosità del luogo, adattandosi al gusto degli spettatori che questo vogliono: grandiosità, effetti speciali, masse sterminate di artisti in scena non sono mancati neanche in queste due produzioni del 103esimo Festival.
Entrando in Arena giovedì 6 agosto 2026, troviamo l'immenso boccascena oscurato da gigantesche riproduzioni dei manifesti pubblicitari della Belle Epoque che verranno poi portati via per rivelare le tre porte d'ingresso al Moulin Rouge ormai chiuso e in stando d'abbandono per la morte della sua protagonista. È così che si intrecciano le vite di Violetta Valery e di Satine nella regia che Paul Curran, storico assistente di Baz Luhrmann, propone per questa sfavillante messinscena 2026 de La Traviata.
La regia di Paul Curran è piena di idee, di immagini, di suggestioni che non vengono buttate a caso per l'effetto toutcourt ma che fanno parte di un pensiero generale, di una visione che percorrerà soprattutto i primi due atti: dal disperato uomo che bussa alle porte in disuso del Moulin Rouge in cerca della sua amata alle danzatrici/bollicine trasportate dentro coppe di champagne, dalla recitazione delle prime parti alle controscene delle comparse, dall'esibizione di Loie Fuller all'elefante che tanto incuriosiva i parigini di inizio novecento, al trasporto dei beni di cui Violetta si sta alienando, tutto concorre alla credibilità di una regia ineccepibile e alla full immersion nella quale trascina noi spettatori. Si avvale di un impianto scenografico monumentale e curatissimo ad opera di Juan Guillermo Nova che riceve due applausi a scena aperta appena si accendono le luci; dei meravigliosi costumi pieni di fantasia di Stefano Ciammitti; delle interessanti coreografie di Kyle Lang (poteva però risparmiarci il momento dei toreri, che sono l'unica caduta di stile della serata) e delle immaginifiche luci di Fabio Barettin, che ha l'arduo compito di illuminare un palco così difficile come quello areniano, in particolare quando le scene diventano initmistiche come nel terzo atto.
Dello stesso altissimo livello è la compagnia di canto: la perfetta scenicamente e musicalmente Rosa Feola nel ruolo di Violetta Valery; il vero tenore Galeano Salas che disegna un notevole Alfredo Germont; l’altero e affascinante Giorgio Germont cantato da Luca Salsi. Ma non posso dimenticare la notevole Annina di Francesca Maionchi e il resto dei comprimari: Anna Werle, Carlo Bosi, Nicolò Ceriani, Gezim Myshketa, Gabriele Sagona, Francesco Pittari e Carlo Bombieri.
La direzione d'orchestra di Michele Spotti mi è sembrata un po' troppo a servizio dei cantanti, specialmente negli atti più intimi, con tempi che se aiutano un fraseggio pressoché perfetto, perdevano di mordente e di empatico crescendo.
Venerdì 7 agosto, tocca invece all’ultima opera di Puccini, l'incompiuta Turandot, che rivive nel fiabesco allestimento pensato da Franco Zeffirelli, con i costumi che vanno oltre l'immaginabile della premio Oscar Emi Wada, le magnifiche luci di Paolo Mazzon e gli appropriati movimenti coreografici di Maria Grazia Garofoli (di grande effetto il popolo di Pechino che si muove unisono!) e guadagna applausi a scena aperta per la bellezza della scenografia e la ricchezza di particolari.
La regia di Zeffirelli è convenzionale, pur senza risultare datata: ogni dettaglio è al suo posto e riesce a rendere la cupa povertà nel quale veniva tenuto il popolo rispetto allo sfarzo che c'era a corte. Il povero Principe di Persia che attraversa tutto l'immenso boccascena per andare al patibolo, lancia i suoi preziosi gioielli al popolo che si accalca, si pesta pur di accaparrarseli: un'immagine forte e indelebile, così come quella in cui vanno in cerca di Timur e Liù per carpire loro il nome di Calaf durante l'introduzione al nessun dorma.
Anna Pirozzi è una grande e riconosciuta Turandot per ampiezza di registro, capacità artistiche e una sopraffina tecnica di canto che le permette di esprimere pienamente il personaggio che interpreta; le stesse parole posso usarle anche per il tenore SeokJong Baek che cesella un Calaf assolutamente perfetto e in quanto tale memorabile; l'altro personaggio chiave, l'unica che può manifestare i propri sentimenti è Liù, una bravissima Mariangela Sicilia capace di regalare dei filati da manuale; infine Alexander Vinogradov nel ruolo di Timur, una certezza. Completano il cast altre grandi voci anche nei ruoli di fianco: Gezim Myshketa, Matteo Macchioni, Saverio Fiore, Carlo Bosi e Ankhbayar Enkhbold.
Sul podio, alla guida della maestosa Orchestra della Fondazione veronese, un suo figlio illustre, il maestro Andrea Battistoni che conduce una serata ai limiti della perfezione: i suoi orchestrali eseguono e lo seguono fedeli e affettuosi, anche a giudicare dal suono di calpestio che l'Orchestra regala ai propri Direttori solo in rari e sentiti casi. Una forte presenza anche quella del corpo di ballo areniano, elegantemente guidato da Gaetano Bouy Petrosino, massivamente impegnato in entrambe le produzioni. Ultimi ma entrambe le sere assolutamente primi per presenza, coesione e partecipazione alle messe in scena, i coristi della Fondazione, magnificamente preparati da Roberto Gabbiani.
















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