ROMÉO ET JULIETTE venerdì 8 maggio 2026

 Locandina dello spettacolo 

Ma che sorpresa! Un'opera che non conoscevo, non avendola mai ascoltata prima, ad eccezione di un paio di arie, che ora posso associare a delle immagini potenti e di grande bellezza!

Lo stile di Charles Gounod, molto più conosciuto per il suo Faust, e il suo interesse per la vocalità sono facilmente riconoscibili e più di qualche passaggio sembra introduttivo a qualche momento della sua opera più nota mentre invece vira verso un'aria, ovviamente, del tutto diversa. Ma questa versione di Romeo e Giulietta in opera è sicuramente il completamento delle trasposizioni shakespeariana di cui le varie arti dello spettacolo si sono impossessate negli ultimi due secoli e che hanno segnato il mio bagaglio culturale. La musica è al contempo dolce e potente, con belle parti corali e tante difficoltà per i solisti. E l'aspetto musicale è stato totalmente soddisfacente.

La gran parte dello spettacolo la fanno le video proiezioni create da Alessandro Papa che inondano il palcoscenico, creando un riflesso sull'enorme specchio che sale e resta con leggera inclinazione verso il pubblico, quasi a coprire tutto il fondale, nel quale i personaggi risultano a volte immersi nell'acqua o a passeggio sulle rocce o ancora fluttuanti in suggestioni magiche fatte di minuscole fiammelle e altro, tanto altro ancora: veramente un effetto magico e sorprendente. A corollario le scene di Francesca Tunno, le calibrate luci di Claudio Schmid, tese a non "mangiare" le proiezioni e i curati costumi di Stefano Nicolao, fanno di questa una produzione degna di teatri internazionali.

L'inizio dello spettacolo, fatto di titoli di giornali, truppe e deflagrazioni che inondano di luce e ritmo il tulle in proscenio, in fastidioso controtempo fino a mortificare l'ouverture che passa quasi inascoltata. Ecco, la lettura registica è l'aspetto che meno mi ha convinto di quest'allestimento. Ho trovato inutile il pretesto di contestualizzarla a Trieste: è una storia che ha bisogna di togliere, non di aggiungere per quanto perfettamente è stata creata dal bardo inglese. Tutto il resto è davvero superfluo perché, ad esempio, la scena della tomba commuove sempre e comunque, anche su un fondale nero e senza costumi. Certo, un regista deve cercare una visione diversa, desidera lasciare un segno ma se Paolo Valerio ci è riuscito è nel mestiere, nei movimenti del coro, sicuramente supportato dalla creatività di Daniela Schiavone che, con mia eterna gratitudine, riporta in una produzione operistica triestina, la danza con ballerini veri e una coreografia degna di essere così definita. Lode e gloria!

Mi aspettavo uno scavo ben più profondo nella costruzione e nella recitazione dei personaggi principali da un regista di prosa e invece mi ha convinto di più il lavoro sulle masse. Ad iniziare dal Coro del massimo triestino , guidato come sempre con infinita maestria da Paolo Longo, che un rimpolpato nelle file, ritrova una capacità mimica e scenica che sembrava scomparsa in anni di posizionamenti statici, cantare e fuori. Bravi, davvero. L'Orchestra della Fondazione Teatro Lirico Giuseppe Verdi di Trieste sta per portarsi a casa un trofeo assoluto per aver condotto una stagione ineccepibile (aspettiamo l'Elektra per puro scrupolo), sinfonica inclusa, e anche se a dirigerla c'è una bacchetta giovane ma sapiente come quella di Leonardo Sini, resta diligente nel rendere assieme e colori di altissima qualità.

Gli interpreti dei primi ruoli sono strepitosi: la Juliette di Nina Minasyan e il Roméo di Galeano Salas, incantano per abilità tecniche, per freschezza interpretativa e per una verve giovanile commovente. La Minasyan parte non benissimo ma deve effettivamente scalare la montagna di una prima aria impervia, per poi conquistare completamente il teatro, mentre Salas è una divinità scesa dall'Olimpo che centra ogni acuto, ogni colore del personaggio e ogni squillo con rara sicurezza e potenza. Non sono da meno il saldo Mercutio di Christian Federici e l'adorabile Frère Laurent di Alessandro Abis ma una nota a parte merita Nina Van Essen la cui arietta come Stéphano vorremmo durasse almeno venti minuti: voce, tecnica, colore, potenza, una vera meraviglia!

Il pubblico ha gradito e ringraziato gli artisti con lunghi e calorosi applausi, nonostante il teatro non fosse proprio pieno











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