CHOPIN/INTO US - BRUCIARE martedì 10 settembre 2024

Locandina dello spettacolo

Ma allora c'è ancora una speranza per questo paese decrepito e senza speranze! Avevo sentito parlare molto del lavoro di Adriano Bolognino ma non avevo ancora visto nulla di suo e temevo fosse il solito coreografo alla moda, fidanzato con qua

lche star o supportato da qualche critichessa  delle riviste specializzate. Tutt'altro e non ho potuto che restarne ammaliato. Sono contento che a scoprirlo, a supportarlo tra i primi ci siano stati Michele Merola ed Enrico Morelli, amici di MMDanceCompany e Agorà Coaching Project. E hanno fatto bene a supportarlo.

Bolognino è un talento assoluto, con un linguaggio e uno stile tutto suo, forse un po' ostico per dei neofiti della danza ma di incredibile musicalità e poeticità. Il suo lavoro si concentra molto sulle braccia e sull'uso del torso: poco nelle gambe e ancor meno nei salti o nei lift. Perlomeno in questo lavoro. Ma non c'è un movimento uguale all'altro; non c'è la struttura ruffiana delle coreografie con una sezione che si ripete nell'inizio e nel finale; non c'è il momento ad effetto: tutto è una cascata scrosciante di passi, atteggiamenti, contorsioni, tic, movimenti del corpo che scaturiscono dall'anima e che sono incollati alla musica.

I suoi danzatori (Rosaria Di Maro, Cristina Roggerini, Jacopo Giarda, Laura Dell’Agnese, Laura Miotti) sono lunghi e corti, larghi e stretti, belli e brutti, esponibili al body shaming più trucido ma sono tutti figli di Tersicore, la musa della danza: si muovono come divinità, come la corrente nell'acqua, come le foglie al vento. Vibrano, sussultano, ondeggiano, vivono e regalano emozione e lo sguardo non li lascia per un solo attimo. Un'ora di spettacolo che vola via in una tensione infinita, rapiti dalla bellezza di qualcosa che non è bello ma che affascina e cattura. Bravo, bravissimi!

E poi, a suonare Chopin c'è questo giovane, meraviglioso musicista che sembra doppio. Doppio perché il suo corpo si muovo poco, pochissimo mentre suona. Rifiuta i manierismi interpretativi che vogliono il busto ondeggiare e oscillare a sottolineare compartecipazione e compenetrazione nella musica. Ma da quelle mani escono emozioni incredibili, chiaroscuri meravigliosi, colori e timbri, pause e respiri che talvolta distraggono gli occhi dai danzatori per andare a vedere lui, che sembra immobile, ma non lo è affatto. Il suo nome è Gabriele Strata e mi ha emozionato come solo alcuni grandi, enormi musicisti hanno saputo fare: grazie!

Non c'è altro da raccontare perché è solo da vedere.

Grazie alla Società dei Concerti e al suo direttore artistico Marco Seco per aver organizzato questo piccolo festival che spero ci riserverà altre sorprese come questa!


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