mercoledì 13 novembre 2019

IL GRANDE GATSBY martedì 12 novembre 2019

Locandina dello spettacolo

Francis Scott Fitzgerald è stato il mio scrittore preferito durante l'adolescenza e ho letto tutte le sue opere ma Il grande Gatsby non è stato il mio romanzo preferito (Tenera è la notte sì!), soprattutto a causa della trama poco chiara e per la gran quantità di personaggi e nomi.
Mi sono quindi approcciato a questa messa in scena con qualche perplessità, domandandomi come avrebbe fatto un coreografo a rendere leggibile un plot così complesso. Leo Mujic è un coreografo che conoscevo di nome per Glembaj in repertorio al Balletto Nazionale di Zagabria, ma di cui non avevo ancora mai visto nulla.
Ancora più dubbi.

Poi si è aperto il sipario anzi, per l'esattezza, è salito un fondale nero ed è iniziato un assolo, danzato meravigliosamente da Lukas Bareman. Ma proprio meravigliosamente: fluido come il miele che scende da un cucchiaio, con gambe e schiena  incredibilmente flessibili! E lì ho iniziato a rilassarmi: un coreografo che costruisce un solo di questo tipo su un danzatore il suo mestiere lo conosce bene.

Man mano che si dipanava la storia, restavo sempre più sorpreso dalla grande competenza scenica di Mujic che riusciva ad utilizzare i pesi e i contrappesi scenici sempre con grande maestria: primi piani e controscene, il grandioso effetto del corpo di ballo schierato di schiena che sale sul pianale motorizzato dalla fossa orchestrale, la danza degli elementi scenici appesi, il travolgente Sing Sing Sing per l'intera compagnia, le mille trovate sceniche e attrezzistiche....bravo! La sua cifra stilistica non è particolarmente innovativa ma è molto musicale, ricca di nuances interpretative e di grande effetto, cucita con grande maestria addosso ai danzatori, di cui sa esaltare tutte le doti...bravissimo!
Il collage musicale unisce brani di Philip Glass, Leonard Bernstein, George Gershwin, Louis Prima, Samuel Barber, Glenn Miller, George Whitefield Chadwick, al punto che sembrano esser stati scritti tutti nella stessa epoca e proprio per questa vicenda.

Il corpo di ballo del Teatro Nazionale di Lubiana interpreta questa coreografia con brio, voglia, piacere ed entusiasmo. La nuova direzione di Petar Dorcevski sembra aver infuso nuova linfa ad un ensemble che appare ancora più giovane e
vitale: dai primi ballerini ai solisti, dai danzatori di fila fino alle comparse, tutti sono compresi nei loro ruoli e sembrano voler offrire la vita in cambio della possibilità di poter danzare!

Molti sono i ruoli solistici e sarebbe impossibile elencarli tutti ma non posso non soffermarmi sulla danza elegante di Tjaša Kmetec, sul brio civettuolo di Rita Pollacchi, sulla verve giovanile di Yaman Kelemet; sul versante maschile Petar Đorčevski conferma le sue doti di partner brillante e di solista talentuoso, Lukas Zuschlag disegna un piccolo cammeo ma con la solita
finezza interpretativa e Hugo Mbeng non smette mai di sciorinare tecnica intrepida e netta. Di Lukas Bareman vi ho parlato all'inizio ma resta ancora la sorpresa di István Simon: un danzatore cristallino, di grande presenza scenica e di ottimo livello tecnico, capace di fluidità e al contempo di brio...eccellente!

L'apparato scenografico ad opera di Stefano Katunar è tanto semplice quanto fortemente suggestivo e capace di portarci nei luoghi del racconto grazie soprattutto al magistrale disegno luci di Aleksandar Čavlek, veramente strepitoso! I costumi di Manuela Paladin Šabanović riportano con grande sensibilità a quest'epoca per me
magica, fatta di senso di libertà, di sregolatezza e di possibilità, di abbandono e di sogno, e se il racconto è riuscito è senza dubbio anche grazie alla drammaturgia riscritta da Bálint Rauscher. Insomma, sto diventando sempre più filoSNG ma, se riuscite, andate a vedere una replica (ne sono previste a fine dicembre e ai primi di gennaio): ne vale la pena!

domenica 20 ottobre 2019

IL FLAUTO MAGICO martedì 15 ottobre 2019

Locandina dello spettacolo

E, come al solito, la SNG di Lubiana mi conquista con le sue produzioni...
Per questo resoconto ho deciso di postare qualche fotografia in più perché questa produzione lo merita, tanto sembra essere figlia del genio lineare di Bob Wilson: è talmente sobria e asciutta che rasenta la perfezione...

Via tutti gli orpelli, le epoche definibili, i saloni, le gabbie per i Papageni, via tutto il Settecento e

l'Ottocento che hanno permeato tonnellate di allestimenti, ed eccoci ai giorni nostri o appena più avanti, in un futuro asettico ma molto prossimo, che piace e al contempo impaurisce.
La simbologia massonica, esoterica, c'è invece tutta, e diventa questa il rispetto della tradizione. Alcune scritte che appaiono qua e là rafforzano, scandiscono ancora di più i concetti che vengono cantati e non può che tornare utile, invece che pedissequo...

Tutto il team creativo composta dal regista Jaša Koceli, dallo scenografo Darjan Mihajlović e dalla costumista Branka Pavlič ha
lavorato in una coesione massima di vedute e stile, supportati dalle incredibili e immaginifiche luci di David Andrej Francky e dalle belle immagini di Mankica Kranjec.
Ma per una volta un plauso ancora più grande va alla coreografa Tajda Podobnik che spiega, visualizza e sottolinea con grande forza lo scorrere della narrazione e gli aspetti meno chiari, grazie ai corpi dei suoi danzatori Anamaria Bagarić e Kany Obenga, oltre che al suo.

Venendo alla parte musicale, l'Orchestra del Teatro dell'Opera di Lubiana ha suonato

magistralmente la partitura di Mozart, sotto la guida sicura ed elegante di Jaroslav Kyzlink, assistito da Marko Hribernik. Molto bene anche il coro diretto da Željka Ulčnik, interprete di una regia molto "piazzata" ma spesso piuttosto esigente con una massa artistica in genere non molto incline al movimento.

La compagnia di canto femminile si reggeva sulla sicura e potente Pamina di Urška Arlič Gololičič, sulla strepitosa Regina della Notte di Nina Dominko, sulla Papagena, appena sotto tono, di Martina Robinšak e sulle divertentissime e sicure Dame interpretate da  Katja Konvalinka, Štefica Stipančević e Sabina Gruden; quella maschile, forse un po' meno sicura, con il Sarastro di Saša Čano, il Tamino di Edvard Strah, il Monostatos Andrej Debevec e il brillante Papageno di Matjaž Robavs: Adeguato il resto dei comprimari.

Uno spettacolo veramente molto interessante e gradevole che, come prima nuova produzione della stagione, non può che far ben sperare sul proseguo...



lunedì 24 giugno 2019

CARMEN 21 giugno 2019

Locandina dello spettacolo

E' una Spagna folcloristica e tradizionale quella che troviamo sul palco del Verdi con i finti archi della Plaza de Toros di Siviglia, le gonne con le balze, Carmen a piedi fintamente nudi, ammiccante a manetta, insomma molto convenzionale e lontana anni luce dalla Carmen di Carlos Saura di 6 anni fa. Nulla di male, ma un po' banalotta, quello si.


Carlo Antonio De Lucia che firma lo spettacolo quasi totalmente, a parte i costumi di Svetlana Kosilova e la collaborazione alle scene di Alessandra Polimeno, legge questa Carmen nel rispetto della tradizione, curando l'interpretazione di tutti, abusando un po' con le corse dei "Piccoli Cantori della Città di Trieste" che non so come riescano poi a trovare il fiato per cantare (come sempre splendidamente diretti da Cristina Semeraro). Sottolinea che anche al giorno d'oggi, più o meno quotidianamente, una donna muore per la gelosia, il bisogno di possesso, di un innamorato che si trasforma in carnefice, in assassino e la stampa ce lo conferma. Allora questa storia ci è più vicina e, anche se la messa in scena è filologicamente coerente con l'epoca della stesura dell'opera da parte di George Bizet, la sentiamo vicina come poche altre. De Lucia segue con grande cura la costruzione dei personaggi, delle controscene delle comparse ma, probabilmente per scarsità di tempo, trascura un po' il coro.


Dal punto di vista musicale il Maestro Oleg Caetani fa fatica ad avviare l'opera ed a tenere le fila dei cantanti e della fossa, poi si riscalda e tiene con più cura un occhio al palco ed uno alla sua orchestra che ha suonato particolarmente bene e con grande coesione.
Ketevan Kemoklidze è un'interessante mezzosoprano, con una voce sicura e importante. Tecnicamente ineccepibile in tutto quello che ha cantato, come fosse il frutto di una registrazione discografica, è credibile anche nel versante interpretativo, nonostante personalmente io preferisca delle Carmen meno meretrici.


Nel comparto femminile Ruth Iniesta, dopo qualche confuso attacco iniziale e un fraseggio poco chiaro, interpreta con freschezza una Micaela intensa, specialmente nei momenti più drammatici, cantando splendidamente sia la sua bellissima aria Je dis che rien ne m'épouvante sia il duetto Parle-moi de ma mère con Don Josè.
Il Don José di Gaston Rivero è ugualmente fresco, saldo e strepitoso: voce di grande volume con acuti generosi e sicuri, è anche un buon attore nel mostrare il tormento che precede l'uccisione di Carmen, così come nelle costruzione del suo personaggio con le titubanze che lo trasformano da soldato ad assassino. Bravo!
Bene anche l'Escamillo di Domenico Balzani, tecnicamente saldo, gran volume di voce e notevole presenza scenica.

Spicca all'orecchio  la Frasquita di Rinako Hara, agevolissima negli acuti, ma ben si difende anche la Mercédès di Federica Carnevale.
Molto bene Clemente Antonio Dailotti e Fulvio Valenti, che assieme alle appena citate ci regano un quintetto musicalmente ineccepibili. Ugualmente prestanti Carlo Torriani e Motoharu Takei che chiudono il comparto maschile.

Restiamo in attesa della conferenza stampa della prossima stagione per sperare in qualche titolo che manca da tempo e in una qualità che almeno ripeta quella riconquistata quest'anno! Buona estate!

domenica 14 aprile 2019

AUTOBIOGRAPHY mercoledì 10 aprile 2019

Locandina dello spettacolo 

Uno spettacolo nato dal fatto che il coreografo Wayne McGregor abbia permesso a degli scienziati di mettere in sequenza il suo genoma completo, mi sembra piuttosto pretestuoso.
Il fatto che ogni sera un algoritmo creato da Nick Rothwel crei una sequenza diversa da rappresentare mi sembra una masturbazione mentale o un problema/piacere per chi lo danza: come pubblico triestino potrò vederlo soltanto una volta e avrei preferito che il coreografo lo mettesse in scena secondo la sequenza che riteneva più funzionale e riuscita...

Il sipario del Politeama Rossetti si apre dopo un piccolo ritardo.
Dalla soffitta pendono delle piramidi cave capovolte in acciaio, inquietanti e minacciose, ad opera di Ben Cullen Williams.
Si intravvedono barre di led e sistemi di illuminazione all'avanguardia.
Su un piccolo schermo davanti all'arlecchino fisso che sovrasta il sipario, appare un numero e una parola in inglese: di tutto lo spettacolo ricorderò solo lucent.

Un ragazzo nero dalle linee infinite e bellissime con una qualità di movimento straordinaria e molto
personale (non lo ripeterò più perché tutti i danzatori della Company Wayne McGregor sono così) inizia un lungo solo su una musica fastidiosa.
Entrano una decina di altri danzatori su musica ugualmente fastidiosa e sciorinano gambe e dinamiche inusuale, che attraggono la ma vista e mi fanno sperare che duri a lungo e di diventare sordo entro due secondi.

Il gioco di luci delle barre di led, dei tagli posizionati lateralmente si fa sempre più incredibile e raffinato. Fino a costringerci in certi momenti a chiudere gli occhi, per delle sciabolate che, come lo scrutare il mare di un faro, a turno colpiscono gli occhi di ogni singolo spettatore, costringendolo a chiuderli e impedendogli così di avere la stessa esperienza visiva, lo stesso ricordo di chi gli è seduto affianco. Lucy Carter le disegna e le dirige: un genio.
La musica continua insopportabile: sono proprio infastidito. Un esempio: occhio al volume...
Autobiograpjy dice di essere ispirato al DNA, dove ognuna delle 23 sezioni in cui è diviso, ricorda il numero dei cromosomi del nostro DNA ma anche 23 volumi della nostra vita, dei nostri ricordi, dei nostri movimenti.

Finalmente arriva un brano ispirato al settecento, a Mozart e le mie orecchie si rilassano. Da qui in poi la musica composta da Jlin in collaborazione con Unsound, non sarà più così fastidiosa ma anzi mi diventerà piacevole.
Poi inizia il blocco denominato Lucent, non so che numero sia. Ma la musica cambia, in ogni senso. I movimenti sono sempre pescati dal repertorio di McGregor: molti grands battements in tilt pirouettes. Ma si crea un atmosfera in questo passo a due per due uomini che acquieta il mio animo, le mie orecchie, il mio cuore. Il fastidio, seppur intriso di piacere per la qualità dei danzatori, si trasforma in sentimento, in commozione anche se non mi scendono delle lacrime.

Lo spettacolo prosegue ma questa sensazione non mi molla.
Arriva un altro duetto, questa volta al femminile ma non ha lo stesso impatto (non c'è niente da fare: la danza sta diventando sempre più maschile che femminile).
Partono altre sezioni, precedute da altri titoli e altri numeri ma ormai il mio pensiero è mutato, anche se la musica ritorna qua e là fastidiosa, io sono entrato in un altro mood.

E questo per me è sufficiente per dire che lo spettacolo era incredibile, una delle operazioni più rischiose ma anche più affascinanti, cui ho assistito nel corso della mia vita.
Mi è sufficiente per dire che Wayne McGregor è un vero artista, un uomo capace di regalare emozioni, aspetto per me fondamentale, perché della mera estetica chissenefrega.
Ricordo quanto è stato preso di mira e insultato in svariate recensioni e occasioni, da un vecchio tronfio e arcinoto critico inglese, abituato più alla formalità che all'innovazione, che non riusciva a capire perché le sue coreografie entravano nel repertorio del Royal Ballet di Londra. Io vedevo solo brevi spezzoni online o l'arcinoto, bello ma molto classico, Chroma. Ora capisco, e credo che il critico deve veder con il cuore e non con il sapere.

Il pubblico triestino mi ha veramente stupito. In genere piuttosto refrattario al teatro contemporaneo, ancora di più alla danza e infatti la platea semivuota lo certificava, mi è parso abbia vissuto più o meno il mio stesso percorso, dapprima infastidito poi coinvolto e in perfetto silenzio, in piena tensione, ha seguito tutta la rappresentazione in religioso silenzio, scatenandosi poi in generosissimi applausi.

Trovo sempre poco rispettoso che nel programma di sala non appaia il nome degli interpreti. Forse perché lo sono stato a mia volta e so quanta fatica c'è dietro e quanto desiderio che questa ci fosse riconosciuta, anche solo con l'appartenenza ad un singola produzione. Sappiamo solo che erano i danzatori della Company Wayne McGregor e che erano meravigliosi.
Mi ha fatto molto piacere vedere i costumi di Aitor Throup, uno dei vincitori di ITS, organizzazione triestina con la quale collaboro fin dalla sua creazione

sabato 13 aprile 2019

ECLECTIC STORIES domenica 7 aprile 2019

Locandina dello spettacolo

E' stata una serata molto interessante ma un po' in calando. Mi spiego.
Ho trovato la compagnia in ottima forma, molto più omogenea rispetto alla tournée di qualche anno fa, che ha fatto una splendida figura nei primi due brani in programma. La scelta di programmare Il tavolo verde di Kurt Jooss, coreografo dell'espressionismo tedesco del secolo scorso, ha sicuramente una grande valenza culturale ma, come insegnano in marketing, bisogna far uscire il cliente soddisfatto della propria esperienza mentre, in questo caso siamo usciti dal Teatro Verdi di Pordenone con molta noia.

Il direttore del Tulsa Ballet, Marcello Angelini in carica da un ventennio, ha scelto di aprire questo trittico con una coreografia che sembrava estremamente banale e alla moda e invece si è rivelata una cannonata! Shibuya Blues deve il titolo ad uno dei quartieri più nevralgici di Tokyo, dove ogni giorno migliaia di persone e di storie si sfiorano o si intrecciano senza lasciare un segno tangibile. Le mirabolanti strisce di led che illuminavano il proscenio e il fondale ben ricordavano le insegne luminose che illuminano quell'incrocio e, più in generale, il disegno luci di Les Dickert, era molto suggestivo ed estremamente sofisticato. Il collage di musiche, ruffiano ma intrigante, andava dalla colonna sonora di Lost in traslation a brani di René Aubry, a supporto di una coreografia semplice ma di grande impatto, firmata con una cifra compositiva e stilistica molto personale. Sono curioso di vedere altre composizioni di Annabelle Lopez Ochoa, una coreografa che spero continuerà a stupirmi.

Nel ruolo centrale Maina Kawashima, armata di tecnica  esplosiva, affiancata da Jaimi Cullen, Joshua Stayton, Jennifer Grace, Johnathan Ramirez e William Beckham in tre splendidi duetti con portée nuovi e interessanti.

Il secondo brano in programma era il meraviglioso Who cares di George Balanchine, qui nella versione da camera per quattro danzatori. Jennifer Grace, Minori Sakita, Maine Kawashima e Chandler Proctor sciorinano stile, padronanza e tecnica come se nulla fosse, cullando i nostri occhi con la stessa gioia e dolcezza che le nostre orecchie provano nell'ascoltare i capolavori immortali di George Gershwin riarrangiati da Hershy Kay: The man I love, Embreaceble you, Who cares? e I got rhythm.

Dopo tanta leggerezza e bellezza, siamo quindi totalmente impreparati ad essere atterriti dalla tristezza e dalla cupezza del brano di Kurt Jooss. Su una musica tutt'altro che indimenticabile di Federic Cohen, compositore tedesco coevo del coreografo, assistiamo ad una pantomima appena più danzata che, composta nel 1932, sottolinea il clima pessimistico e tetro dell'avvento del nazismo in Germania. In verità non è neanche un'opera di denuncia sul nazismo vero e proprio, ma soltanto una possibile chiave di lettura di come una guerra può scatenarsi per una banalità. Sappiamo tutti che in verità il pretesto può essere banale ma le motivazioni decisamente più importanti, profonde e decise per cui, anche da questo punto di vista, stento a vedere in questa coreografia un capolavoro. Il linguaggio coreografico è molto puerile, la narrazione pure e, anche se è vero che i musei sono pieni di opere d'arte del passato, molte ci emozionano e altre ci sono indifferenti o del tutto inutili. Ecco, per me Il tavolo verde  è proprio questo.
Bravissimi i danzatori per essere sopravvissuti a questa produzione, un bravo in particolare alla Morte interpretata da Joshua Stayton, ma spero di non doverlo più rivedere in futuro.

Pubblico folto e generoso, anche dopo i 40 minuti dell'ultima coreografia.

Volevo chiudere con un ricordo personale del papà di Marcello, Arnaldo Angelini, apprezzatissimo danzatore prima e maestro poi che, in occasione di un suo passaggio come Maestro nel corpo di ballo del Verdi di Trieste, mi disse di fare attenzione a non spingere troppo il lavoro dei quadricipiti perché altrimenti te s'appuppano i'ccosc e se non scarichi bene la discesa di un salto con un bel demì-plié te s'azziccheno i'purpacc: uomo gentile, adorabile ed indimenticabile!

martedì 9 aprile 2019

OTELLO martedì 2 aprile 2019

Locandina dello spettacolo

Ho sempre molta gratitudine, personale e professionale, per Walter Mramor, direttore artistico della a.Artisti Associati di Gorizia e della stagione teatrale di Cormons, per la scelta di dedicare una finestra costante, anno dopo anno alla coreografia italiana d'autore. E' quindi anche grazie a lui se questo spettacolo approda in regione, in questa versione che deriva direttamente da quella originale del 1994, creata per il Balletto di Toscana, fucina di talenti e di un nuovo modo di danzare in questo paese.

Il coreografo, Fabrizio Monteverde, è uno di questi. Nonostante avesse già prodotto qualche coreografia di successo sulla scena romana, deve la sua affermazione nazionale proprio alla compagine fiorentina. L'aspetto più curioso del talento di Fabrizio è che si avvicina al teatro convinto di voler fare l'attore ritrovandosi invece, dopo essersi immerso nello studio della danza contemporanea, coreografo di grande talento senza aver intrapreso la tipica formazione che ti vuole prima danzatore e poi coreografo.
Tant'è. E l'aspetto più interessante è che Fabrizio ha una cifra stilistica personale, riconoscibile e sempre molto interessante. Ricco di inventiva coreografica che evidenza nei passi a due di grande acrobazia e nella continua ricerca di nuovi movimenti per le mani e le braccia dei suoi danzatori.

Questo spettacolo mostra il fianco dell'età nell'ostentazione fisica, voyeuristica, colpo di coda degli anni 80 del secolo scorso, dove tutto sembrava ancora possibile, dove esagerare era d'obbligo, dove il corpo iniziava ad essere merce da esibire, possibilmente in televisione.
Così Monteverde indugia nel nudo, sicuramente per rivelare l'essenza dei suoi personaggi ma anche perché così si faceva e piaceva. Crea tensioni, sottolinea l'insinuarsi del pettegolezzo, del sospetto e riesce a trasmetterlo al pubblico, senza l'utilizzo della parola, dote rara nella narrazione in danza. Usa la musica di Antonin Dvorak in un collage sapiente e pertinente, senza usare la più famosa partitura verdiana ed  un'altra sfida che vince. Ambienta la tragedia del Moro di Venezia in un non luogo ideale: la banchina di un porto, luogo di arrivi e partenze, di addii e di dolore, di commerci leciti e illeciti. Ed è assolutamente pertinente. Intelligentemente realizza questa banchina con semplicissimi praticabili teatrali in legno, facilmente smontabili e trasportabili, ideali per una compagnia che vive di debutti secchi (ogni giorno una piazza diversa). come il Balletto di Roma. Emanuele De Maria crea un disegno delle luci raffinato e suggestivo, specialmente nell'effetto traforato che staglia i corpi dei danzatori dal basso, attraversando l'immaginaria banchina portuale.
I costumi di Santi Rinciari, tutti giocati sul nero e rosso, strizzano l'occhio al sadomaso e all'immaginario di Tom of Finland, offrendo al coreografo una possibilità in più per giocare con i cappottoni double-face.

Ma è la qualità dei danzatori del Balletto di Roma a regalarci ancora un'emozione: giovani ma intensi, potenti ma puliti, grazie indubbiamente alla grande cura che Anna Manes pone al lavoro di assieme, come da sua specifica responsabilità.

Otello è uno statuario Vincenzo Carpino, che crea un notevole ondeggiare di teste in platea per non perdere un solo centimetro del suo ingresso in scena, dove è nudo sotto un lungo cappotto di similpelle, che danza generosamente ma senza particolare finezza. Desdemona è la giunonica ma sinuosa Roberta De Simone, danzatrice salda e fluida cui perdoniamo un momento di defaillance dovuto alla tanta foga con cui danza. Iago è il giovanissimo ma fiero Paolo Barbonaglia, spavaldo e ardente dalla tecnica salda e dalla gran voglia di danzare. Minuta ma impeccabile l'Emilia di Azzurra Schena e splendidi, come già detto, tutti i componenti della compagnia.

Quindi lo spettacolo è intenso, appaga l'occhio e tocca l'anima, è ben danzato e lo trovate in giro in molte piazze italiane: andate!


domenica 10 febbraio 2019

IL PRINCIPE IGOR venerdì 8 febbraio 2019

Locandina dello spettacolo

Conosco perfettamente le Danze Polovesiane da Il Principe Igor di Aleksandr Borodin, sulla cui versione coreografica fantasticavo da bambino grazie a due foto che campeggiavano sulla copertina del mio LP., ma del resto dell'opera non avevo mai avuto modo di sentire nulla, né la mia curiosità mi aveva spinto ad indagare.

Non sapevo quindi che è l'opera unica e incompiuta di Aleksander Porfirevic Borodin, apprezzato chimico e musicista amatoriale, morto improvvisamente a 54 anni durante un ballo (!) e poi portata a termine da Aleksandr Kostantinovic Glazunov e Nikolaj Andreevic Rimsky-Korsakov, grandi compositori russi e amici fedeli, che cercarono di ricomporre la grande mole di appunti e note, lasciati sparsi in un processo creativo che durava da diciotto anni. In dubbio restava anche l'evoluzione drammaturgica, che Borodin stese personalmente curando anche il libretto dell'opera, che è potuta approdare sul palcoscenico solo grazie alle tante conversazioni private, alle disquisizioni musicali che i tre amici condividevano.

Quindi la mia prima, virginale, impressione è stata quella di trovarmi di fronte ad un pastiche musicale alla moda russa di metà ottocento, con una stupefacente sezione di danza incorporata, un paio di arie piacevoli e diverse brillanti pagine corali.

L'allestimento che la Fondazione Lirica Giuseppe Verdi di Trieste ci propone, arriva dal Teatro Accademico Nazionale di Opera e Balletto di Odessa, in Ucraina.
Come per la loro Bella Addormentata, che non ho recensito a dicembre, l'allestimento è gradevole, fatto di soli fondali di tulle dipinti e da un paio di elementi costruiti ad opera di Tatiana Astafieva;  i costumi rivelano invece una cura e una sobrietà insolita ma non è dato sapere chi li firma; la regia - come la coreografia per La bella addormentata - è talmente banale e piena di ovvietà che rasenta il fastidio; ma la sezione coreografica e la parte musicale sono strepitose!

Piccola considerazione polemica: registi occidentali che avreste immediatamente chiesto al povero coreografo di turno di snaturare le Danze Polovesiane affinché non siano danze e soprattutto che i danzatori non sembrino tali, venite a sentire come applaude il pubblico triestino - da sempre non proprio appassionato di danza - e riflettete...

Ha fatto un lavoro eccellente il Maestro Francesca Tosi riunendo il coro ucraino all'ormai sparuto triestino, regalandoci volumi e forza che non ricordavamo da tempo. Lo stesso dicasi per il Maestro Igor Chernetski che ha saputo spronare l'Orchestra triestina con risultati encomiabili.
Le Danze Polovesiane sono coreografate - credo, visto che, nuovamente, il programma di sala non lo dice - da Yury Vasychenko che è il direttore della compagnia di ballo e non sono belle, né originali ma di grande effetto e danzate con grinta e professionalità.
La compagnia di canto è di ottimo livello, a partire da Igor Sviatolasvich interpretato sontuosamente e magistralmente cantato da Viktor Mityushkin, affiancato da una delicata ma potente Jaroslavna ad opera di Anna Livtinova, il figlio di Igor, Vladimir Igorevich è stato molto ben cantato dal tenore Vladislav Goray, solido tecnicamente e dotato del perfetto physique du rçle da principe russo e da un imponente Kontchak interpretato con grinta e solida tecnica da Viktor Shevchenko. Adeguata la Konchakovna di Kateryna Tsymbalyuk e gli altri comprimari tra i quali per me spiccava per fraseggio, filati e delicatezza interpretativa la fanciulla polovese di Alina Vorokh. Insopportabili registicamente i personaggi di Eroska e Skulà, Yuri Dudar e Aleksandr Prokopovich, e poco convincente il Principe Galitsky di Dmitry Pavlyuk.

Sala abbastanza piena ma imbarazzata e incerta negli applausi per un'opera così poco conosciuta e rappresentata. A mio avviso una bella occasione per approcciarsi ad un lavoro così insolito (andrò a comprarmi il CD per familiarizzare) che andrebbe colta dai melomani triestini

mercoledì 30 gennaio 2019

DAVID PARSONS DANCE COMPANY lunedì 28 gennaio

Locandina dello spettacolo

Quanto tempo era che uno spettacolo non mi gratificava tanto? Che avrei voluto durasse ancora un'ora e che ero andato a vedere malvolentieri?!? Tanto, tantissimo!!

Credo di aver visto "Caught", il solo di David Parsons, per la prima volta nei primi anni '80 a Spoleto, al Festival dei Due Mondi, all'epoca ancora danzato da lui, dotato di un fisico maestoso e scultoreo. All'epoca mi era molto piaciuto, specialmente per il geniale utilizzo della tecnologia ma, vedendo poi altre sue creazioni, ero rimasto deluso da una vena troppo commerciale e semplicistiche.

Con questo stesso mood l'ho seguito negli anni a seguire e nelle varie repliche svolte qui, a Trieste, sempre al Politeama Rossetti che lo ha sempre invitato e amato: "Caught" presente ad ogni replica e altre coreografie gradevoli e qualcuna tutt'altro.
Fino a questa sera.
Come vi dicevo, è stata una serata strepitosa, con un programma perfettamente equilibrato e interpretato: danzatori strepitosi, scelte stilistiche e coreografiche ineccepibili, forza e leggerezza meravigliosamente accoppiate.

Di "Round my world" mi resterà nel cuore la bellezza del cerchio umano che concludeva il primo movimento e si è propagava in quelli seguenti; di "Hand Dance" la fantasia e la bravura del coreografo nel costruire un brano usando solo le mani di un manipolo di danzatori, isolandole dal resto del corpo che resta in penombra, grazie ad un unico fascio di luce che taglia il palcoscenico in diagonale; di "Microburst", creazione del 2018, l'incredibile musicalità del coreografo e dei danzatori; di "Caught" la potenza, la personalità, la bravura e la bellezza di Zoey Anderson che riesce a farmi dimenticare la bellezza di David Parsons e mi permette di ricordare una versione al femminile che resterà scolpita nei mie ricordi; di "Eight Women" la potenza delle canzoni di Aretha Franklin e la sontuosa, infinita eleganza e bravura dei danzatori della Parsons Dance Company!
Occorre citarli tutti perché sono veramente meravigliosi: Zoey Anderson, Justus Whitfield, Deidre Rogan, Shawn Lesnak, Henry Steele, Joan Rodriguez, Sasha Alvarez, Katie Garcia, Elena D'Amario e gli apprentice Sumire Hishige e Daniel Sima che abbiamo potuto ammirare solo in Eight Women!

Le coreografie di Parsons sono intrise degli stili dei grandi coreografi per cui ha danzato, da Alvin Ailey a Paul Taylor ma sono anche ricche di un vocabolario fantasioso e personalissimo, della capacità di rendere tutto fluido e divertente, leggero, godibile: grande pregio per i livelli di stress in cui tutti viviamo oggigiorno...

"Dare anima alla tecnica, esprimere – attraverso l’elevatissima preparazione atletica e la capacità interpretativa dei ballerini – emozioni potenti e dirette: questi sono stati fin dall’inizio, gli elementi distintivi della Parsons Dance, che si è imposta come uno dei capisaldi della danza post-moderna “made in USA” fin dalla sua creazione – avvenuta nel 1985 ad opera del genio creativo dell’eclettico coreografo David Parsons e del lighting designer Howell Binkley"

E noi non possiamo che ringraziarlo per la bellezza che ci ha regalato stasera.
Sono in giro per l'Italia per molte date: raggiungeteli ovunque vi sarà possibile: ve lo consiglio di cuore!

sabato 19 gennaio 2019

NABUCCO venerdì 18 gennaio 2019

Locandina dello spettacolo

Sono sempre sollevato quando uno spettacolo è riuscito e posso raccontarne le mie impressioni che si muovono tra il positivo e l'entusiasta!
E così è per questo Nabucco che inaugura con grande successo il 2019 della stagione d'opera e balletto della Fondazione Teatro Lirico Giuseppe Verdi di Trieste.

La produzione è rodata, avendo già debuttato nel 2014 per il circuito dell'As.Li.Co., ed è un piacere per gli occhi e per le orecchie.
Ad iniziare dall'imponente scenografia ad opera di Emanuele Sinisi che si restringe, come il teleobiettivo di una fotocamera, nelle scene più intimistiche e si espande per accogliere l'imponente massa corale, grazie allo scivolamento laterale di quattro grandi monoliti e un fondale a ghigliottina (di grande effetto la stanza in cui è rinchiuso Nabucco). Per proseguire con le splendide luci di Fiammetta Baldisserri che esaltano, nascondono, suggeriscono e riescono a convivere, per esempio, con estrema delicatezza al baluginare delle fiammelle che il coro sorregge durante il Và pensiero. Ancora, nella lineare bellezza dei costumi firmati da Simona Morresi che vanno dalle tuniche sobrie e pulite all'esagerata bellezza della cappa di piume nere indossata Abigaille. Il tutto è legato dalla regia firmata da Andrea Cigni, ripresa a Trieste da Danilo Rubeca, che riesce a essere tradizionale ma per nulla polverosa, innovativa ma senza strafare, curata senza diventare ossessiva...insomma, a mio parere, riuscita e godibilissima. I personaggi sono costruiti, il coro non è statico e il lavoro di unione di tutti gli elementi c'è: bravi!

La parte musicale è allo stesso livello.
L'Orchestra del Teatro Verdi suona questa partitura con l'amore e la devozione che il Cigno di Busseto merita e che vorrei che riservassero anche in occasione degli spettacoli di balletto, specialmente se si tratta di Tchaikovski. Il Maestro Christopher Franklyn riesce a gestire con uguale cura e dedizione il coro, i solisti, la banda in palcoscenico e la sua orchestra, rendendo ugualmente chiare le zone impetuose, ardimentose di questa opera, così come quelle più melodiche e romantiche. Ottima la prestazione del
Coro del massimo triestino, rimpolpato nelle fila e meticolosamente istruito dal Maestro Francesca Tosi.
Venendo ai solisti, Giovanni Meoni è stato un Nabucco estremamente convincente, dai volumi possenti, dal fraseggio chiaro e con bel timbro. Amarilli Nizza, una fuoriclasse della lirica, è stata una affascinante Abigaille, confermando di possedere un'eccellente tecnica di canto, che la rende padrona del proprio strumento voce, consentendole di passare agilmente dai filati agli acuti, con vibrati di grande effetto. Bravissimo Riccardo Rados che interpreta il non facile ruolo di Ismaele (e chissà che emozione anche per il papà Roberto, nel coro del teatro da molti anni, nel vederselo davanti, protagonista...). Ma più di tutti ho amato Nicola Ulivieri, a proprio agio nel canto ma ancor di più nell'interpretare Zaccaria che, evidentemente, sente particolarmente e che arriva a noi pubblico con sincerità e chiarezza interpretativa. Incisiva sia vocalmente che scenicamente la Fenena di Aya Wakizono e adeguati gli altri comprimari Andrea Schifaudo, Rinako Hara e Francesco Musinu.

Spiace solo che la tirata per tenere la durata dell'opera in tempi accettabili alla nostra contemporaneità abbia raggelato il pubblico triestino della prima, notoriamente non molto generoso, pronto a scattare in un applauso ma bloccato dalla bacchetta del Direttore che ripartiva subito dopo che l'ultima nota di un'aria, di un coro aveva smesso di riecheggiare nella cavea orchestrale. Sala pienissima