martedì 20 novembre 2018

UN UOMO CON UN COLTELLO/COMPOSIZIONE martedì 20 novembre 2018

Locandina dello spettacolo

Un uomo con un coltello e Composizione, in scena sul palcoscenico del Teatro dell'Opera e del Balletto di Lubiana, potrebbero avere come sottotitolo "o di come anche le scenografie possono danzare"...

Vi spiego il perché.

Oltre ad essere accomunate da due partiture contemporanee entrambe, a mio modesto parere, decisamente riuscite ed interessanti, le due coreografie godono della particolarità di avere delle scenografie che, specialmente in Un uomo con un coltello, danzano al punto di rendersi più interessanti della costruzione coreografica.

Matjaz Faric è un coreografo sloveno di grande successo, conosciuto anche dal pubblico italiano, che festeggia il suo primo ventennio creativo. In questa produzione intitolata  Un uomo con un coltello ho trovato molto più interessante la regia, il climax che ha saputo creare,le tensioni che ci ha imposto rispetto al tessuto coreografico vero e proprio che, a parte il blocco dei terzetti che entrano continuamente da punti diversi della scena e la parte affidata ai soli uomini, mi è sembrato molto vago e poco incisivo, nonostante la ricerca di innovare il proprio personale vocabolario tersicoreo. Questo non vuol dire che non ci siano, come scrivevo prima, momenti di bellezza e di poesia, ma la mia impressione principale è che Faric sia stato più interessato dai movimenti di scena e dalle luci che la dalla creazione della danza.

La Composizione di Sanja Neskovic Persin invece resta fedele al suo titolo e mostra un buon lavoro artigianale della direttrice della compagnia slovena: musicalità sopraffina, fantasia scatenata, struttura coreografica riconoscibile e di buon mestiere, innovazione creativa fanno della Neskovic una coreografa interessante e da non sottovalutare. Il suo brano scorre via leggero, spensierato e gradevole, tutto ciò di cui spesso abbiamo bisogno in tempi così convulsi e tesi. I costumi di Uros Belantic non particolarmente belli ma sviluppati in gradazioni di colori magnificamente accostati tra loro, aiutano la coreografia a risultare ancora più lieve e gradevole.

Su tutto, come dicevo all'inizio, svettano le scene di Meta Gurgrevic: nel primo brano due enormi muri grigi serigrafati e mobili che scandiscono lo spazio scenico trasformandolo in uno stretto vicolo, un ampio salone e tanti altri luoghi che la nostra immaginazione è libera di proiettare; nel secondo dei fondali bianchi drappeggiati rubano la scena ai danzatori, accorciandosi, stendendosi, crollando e oscillando con effetti di alta poesia...veramente interessanti e di notevole impatto visivo!

Danzatori che la scena non se la fanno rubare proprio per niente! Magnetico e competente Owen Lane nella prima coreografia, tanto quanto Hugo Mbeng nella seconda che, peraltro, non tralascia di sfoderare un'ottima tecnica classica: a lui si affianca splendidamente Marin Ino interprete di uno splendido solo che danza con libertà e ardore. Tutta la compagnia presente in scena lavora bene, unisona ma ricca di personalità. Di Composizione mi resterà nel cuore e nella mente la splendida sezione in controluce affidata ai danzatori e alle danzatrici giapponesi in forza alla compagnia, il blocco affidato alle danzatrici e l'ipnotico manege in cui le coppie girano su se stesse, come moderni dervisci...

L'orchestra della SNG di Lubiana esce vittoriosa da due partiture roboanti e complicate: la prima per  Un uomo con un coltello scritta da Milko Lazar intensa, potente e straziante; la seconda di Drago Ivanusa per Composizione molto più "facile e riconoscibile" ma così gradevole da pacificare i nostri spiriti. A guidare entrambe la bacchetta giovane ma sapiente di Marko Hribernik.

Pubblico sparuto ma plaudente soprattutto alla prima coreografia a riprova che, molto probabilmente, io non capisco un piffero...

giovedì 25 ottobre 2018

WE WILL ROCK YOU giovedì 25 ottobre 2016

Locandina dello spettacolo

A distanza di sette anni e dopo aver visto anche l'edizione originale inglese, mi trovo a scrivere nuovamente di una edizione italiana di "We Will Rock You" che ha fatto il suo debutto italiano a Trieste nella Sala Assicurazioni Generali del Politeama Rossetti di Trieste.
Ahimè, a fronte di una parte musicale di altissimo livello, la versione scenica è assolutamente deludente rispetto alla precedente edizione e a quella anglosassone.



La trama seppur folle, seppur semplice "acchiappa". Vuoi per l'humor che la percorre, vuoi per i tanti riferimenti sarcastici al mondo musicale leggero italiano, vuoi perché il nostro è visto come il paese del "cantiamoci sopra" ed è vero che a noi Italiani la musica piace, quindi l'idea che qualcuno abbia spento la musica e la passione delle persone per la stessa, non ci piace e ci spinge a parteggiare per i Bohémiennes che vogliono recuperarla. Siamo nel 2311 e il mondo è controllato dalla Global Soft, capeggiato da Killer Queen, impersonata da una strepitosa Valentina Ferrari: una presenza imponente e una voce che prende, conquista, stravolge e appassiona per estensione, tecnica e colore. Il giovane ribelle Galileo, cui presta il corpo e la voce rock bella e potente Salvo Vinci, insieme a Scaramouche, Alessandra Ferrari dalla grande verve e con voce graffiante e travolgente, diventeranno i paladini della distruzione della Global Soft e, contemporaneamente delle riconsegna della musica al mondo. Come andrà a finire? Ovvio...è un musical e tutto finisce sempre bene...

La regia scorre senza picchi e senza abissi, abitando una scenografia statica e senza fantasia, mentre sono gradevoli i costumi e le coreografie ad opera di Gail Richardson.
Bravo tutto il resto dello staff da Massimiliano Colonna, un nostalgico Pop, a Claudio Zanelli un ottimo Britt e ancora Paolo Barllari e Loredana Fadda. Ma un bravo anche all'ensemble, agli orchestrali diretti con maestria da Riccardo di Paola. Ancora un bravo al Vocal Director Antonio Torella – i cantanti sono da urlo! - e a Valentina Ferrari per la direzione artistica.

Ultima nota dolente di molte produzioni italiane: la fonica. Sarà stato per il poco rodaggio dello spettacolo ma è stata veramente un disastro: microfoni scoppiettanti, aperture mancati, taratura degli alti al livello degno degli ultrasuoni animali...
Trieste avrà sicuramente la fama di eseere una città anziana ma non abbiamo capito se, la motivazione per tenere i volumi così alti, era data dalla speranza che gli anziani restassero svegli o che potessero sentire comodamente...in ogni caso non avevo mai sentito tante lamentele in merito

Pubblico plaudente ma non particolarmente trasportato

sabato 2 giugno 2018

L'ITALIANA IN ALGERI martedì 29 maggio 2018

Locandina dello spettacolo

Correte al botteghino e accaparratevi l'ultimo biglietto disponibile! Sia che riusciate a vedere la splendida regia di Stefano Vizioli, sia che riusciate ad avere un biglietto a visibilità ridotta con il quale riuscite solo a sentire una splendida compagnia di canto, non ve ne pentirete!


Questo allestimento ha dalla sua una splendida concezione visiva, grazie alle immaginifiche scenografie e ai fantasiosi e coloratissimi costumi di Ugo Nespolo, che viaggiano dal pop al surrealismo; a ciò bisogna aggiungere l'alta qualità della regia tradizionale, curata e divertente che Stefano Vizioli mette in scena con l'aiuto di Pierluigi Vanelli. Il lavoro fatto sugli artisti, sulle comparse e sul coro è veramente minuzioso e accuratissimo: scene e controscene sono piene di dettagli e spunti e nulla è lasciato al caso, all'improvvisazione.

A parte qualche momento dove Rossini, secondo il costume e gli usi dell'epoca, indugia in arie che avrebbero bisogno oggigiorno di qualche taglio, lo spettacolo è perfettamente scorrevole anche per noi, nevrotico pubblico odierno...


Dal punto di vista musicale, la direzione di George Petrou è dinamica, fresca, ricca di tutti i colori e i meravigliosi crescendo rossiniani sono cristallini e tutt'altro che chiassosi: l'Orchestra della Fondazione lo segue docilmente ma con sicurezza in tutti i comparti.
La compagnia di canto è omogenea e di ottimo livello, abilissima nel sillabare le perfidie rossiniane con chiarezza e grande musicalità.
Chiara Amarù è una Isabella civettuola e simpatica con un bellissimo timbro da contralto, più che da mezzo come Rossini richiedeva, che non si lascia spaventare neanche dalle "salite" più impervie; il Lindoro di Antonino Siragusa non ha bisogno di miei pareri: squillante, potente, con un timbro inconfondibile e una facilità e naturalezza negli acuti che non può che lasciare a bocca aperta; sono rimasto piacevolmente sorpreso da

Nicola Ulivieri nel ruolo di Mustafà: grande voce con una grande estensione e la rara capacità di salire doveraramente ho sentito arrivare un basso: wow; Nicolò Ceriani, nel ruolo di Taddeo, conferma le sue grandi doti attoriali e, con il passare degli anni, sembra non perdere nulla del suo bellissimo "vocione" ma anzi appare sempre più curato e...bravo!


Bene anche Shi Zong, Giulia Della Paruta e Silvia Pasini.
Il coro maschile del Teatro Verdi se la cava egregiamente per presenza scenica e volume dii suono, per quanto numericamente sempre più sparuti.
Serata veramente piacevole, pubblico entusiasta e generoso: vale tutto il sacrificio di andare a teatro, invece
che al mare, domani...


giovedì 24 maggio 2018

MACBETH martedì 22 maggio 2018

Locandina dello spettacolo

E niente...io sono sempre più sloveno nei gusti operistici...volevo dirvelo.
Echissenefrega direte voi.
Ma io lo voglio ribadire perché, soprattutto chi mi legge a Trieste e dintorni, deve sapere che a 80 km di distanza dalla nostra città, ci sono degli spettacoli che hanno un respiro, delle idee, che noi manco alla Scala.
Ecco, l'ho detto.
E la mia opinione, per carità, ma andate a dare un'occhiata...


Mai ho visto un Macbeth di Giuseppe Verdi, in un allestimento più luminoso, elegante, privo di false foreste e di coriste cenciose e gobbe.
In questo spettacolo che si apre con un effetto specchio grazie agli artisti che entrano in scena alla spicciolata e prendono posto in una platea speculare alla nostra, prevale la fantasia teatrale, sfrenata e prolifica, del regista Jernej Lorenci.
Non ha freni Lorenci e passa dall'atmosfera del teatro nel teatro al settecento con dama e cicisbeo, dalla penombra alla piena luce, senza che nulla sembri mai esagerato, fuori luogo o senza senso.
Mentre in Italia andiamo ancora avanti con mastodontiche scenografie costruite, piani inclinati al limite del sovrumano, schiere di figuranti speciali, dove ci sono idee fresche e voglia di osare, bastano dei coristi (strepitoso soprattutto il comparto femminile!) e una cornice dorata. Nulla viene tradito o perso del dramma Shakespeariano ma tutto prende una piega contemporanea, nostra, che ci consente di vivere assieme agli artisti tutto quello che la narrazione dispiega.
Dovrei scrivere per ore per raccontare le tante idee, i mille spunti, le infinite suggestioni ma finirei per sminuire il lavoro di Lorenci: vi invito quindi ad andare ad assistere alle repliche di giugno e alle riprese che, sicuramente, seguiranno nella prossima stagione.


Molto lo deve anche al suo staff di collaboratori: a partire dallo scenografo Branko Hojnik, alla costumista Belinda Radulovic, dal light designer Andrej Hajdinjak al coreografo Gregor Lustek, che concorrono tutti assieme, eccellendo ognuno nel proprio campo, alla creazione di un'allestimento degno dei grandi festival e dei maggiori teatri d'opera.


E molto lo deve anche alla parte musicale.
Alla direzione eccellente di Jaroslav Kyzlink che suona Verdi come si dovrebbe con i clamori e i pianissimi; allo strepitoso coro della SNG di Lubiana che in Macbeth assume una rilevanza assolutamente protagonistica e che meritano un BRAVO infinito; e infine ad una protagonista strepitosa, una Lady Macbeth che potrebbe convincermi a rititolare tutta l'opera in Lady Macbeth, la grandissima Iveta Jirikova.

Per me che sono cresciuto a suon di Maria Callas, sentire una cantante che non me la fa rimpiangere nelle arie più celebri, che mi comunica pathos oltre alla tecnica, ha del miracoloso: a tutto ciò la Signora Jirikova aggiunge una presenza scenica di tutto rispetto che ben si abbina alle eccezionali doti di canto, di volume, colore e fraseggio.
Per contro ho trovato il comparto maschile meno esaltante.

Il Macbeth di Sinisa Hapac ha avuto un brutto inizio, un'ottima zona centrale e un finale sottotono, con una voce di buon volume ma con poco colore.
Per contro ho trovato Branko Robinšak in piena forma, con la sua bella voce tenorile e la capacità di squillare con estrema facilità.
Il resto della compagnia era assolutamente adeguata e coinvolta nella resa di questo bello spettacolo.

Teatro pieno, pubblico entusiasta: tre ore volate come se ne fosse passata soltanto una.

mercoledì 9 maggio 2018

FROM BACH TO BOWIE martedì 8 maggio 2018

Locandina dello spettacolo

APPUNTI IN ORDINE SPARSO

1. sono sempre più felice di vivere in una città di provincia, lontana da certe frenesie. Nel vedere l'ansia e la velocità con la quale si muovono gli splendidi danzatori della Complexions Dance di New York, mi sono completamente riappacificato con i ritmi lenti e paciosi di Trieste

2. ammiro la capacità degli americani di fregarsene dei fisici dei propri danzatori: alti, bassi, magri sovrappeso, sproporzionati...va tutto bene, purché si muovano bene...bravi!
Un'altra lode va alla grandiosa miscellanea di razze e colori di pelle che rendono questo ensemble una gioia per gli occhi.

3. non sopporto più la moda della destrutturazione del movimento. Alcune linee, alcune posizioni della danza classica, alcuni principi della modern dance, sono talmente belli che non hanno nessun bisogno di trovare nuove chiavi interpretative. Oltretutto guardare per 46 minuti splendidi danzatori che si contorcono come vittime di coliche è irritante per me, come per la fila di anziani spettatori che avevo davanti e che ha iniziato a parlottare, come studenti all'ascolto della più noiosa delle lezioni.

4. se la musica barocca per clavicembalo e affini ad opera di Bach fosse durata anche soltanto per altri 60 secondi, avrei chiesto la perforazione dei timpani. Oltretutto accostata con un mix stilisticamente piuttosto discutibile.

5. Desmond Richardson è ancora un danzatore strepitoso e si vede nitidamente la differenza di spessore rispetto ai suoi più giovani colleghi: il suo corpo racconta un vissuto importante, sia fisico che artistico. La coreografia che Dwight Rhoden, il coreografo principale dei Complexions, gli scolpisce addosso è totalmente rispettosa delle necessarie pause per comunicare appieno quello che lo strumento Richardson sa far vibrare, in incredibile divergenza con i contorcimenti che abbiamo dovuto vedere fino all'attimo prima.

6. il teatro era bello pieno!

7. dopo l'insopportabile barocco, si sono susseguiti quattro brani piuttosto inutili e privi di anima. Per fortuna la chiusura era affidata a Star Dust, un omaggio alla musica di David Bowie che ha ribaltato le sorti di una serata tutt'altro che felice, immergendoci in un clima simpaticamente anni '80, pregno di estro e genialità tipicamente americane, kitsch ma libere da cliché e piene di fantasia!

8. sono sempre più stufo di vedere splendidi danzatori alla mercé di coreografi senza idee, di creativi che evidentemente risentono ancora della crisi di fine millennio.

mercoledì 18 aprile 2018

BALLET 100 martedì 17 aprile 2018

Locandina dello spettacolo

Questo trittico che la SNG di Lubiana ha proposto per commemorare il centenario dalla fondazione del Corpo di ballo del Teatro dell'Opera della capitale slovena, avrebbe avuto bisogno di un sottotitolo: guardate questa serata come un'opera d'arte custodita in un museo.

In caso contrario, lo spettatore sprovveduto potrebbe pensare di essere ripiombato indietro, almeno ai tempi della cortina di ferro.
Sanja Neskovic Persn, direttrice della compagnia, ha avuto una felice intuizione ma ha rischiato veramente grosso: queste tre coreografie sono estremamente intriganti dal punto di vista storico ma, soprattutto le prime due, mostrano il fianco della vetustà...

La serata inizia con Lok, una coreografia del 1938 ad opera della coppia Pia e Pino Mlakar.  Ed è anche il pezzo più difficile della serata. Si basa sul linguaggio della danza accademica, contaminata da quella di carattere, e si vede che è stato costruito su una musica, della quale riesce a trasmettere la linea melodica, nonostante sia eseguito nel silenzio più assoluto. Ad eccezione di qualche percussione sul pavimento con i piedi o sul proprio corpo, ad opera dei danzatori e di svariati colpi di tosse degli spettatori... Il tempo dell'esecuzione si dilata infinito e quella che all'epoca deve essere sembrata un'operazione d incredibile rottura e stravaganza, oggi risulta lievemente indigesta e poco emozionante. Per fortuna in scena ho avuto la fortuna di vedere Marin Ino e Filippo Jorio, due danzatori superbi cui non manca tecnica, controllo, legato ed espressività.

Il secondo brano in programma è Zica, coreografia di Vlasto Dedovic su musica di Janez Gregorc e libretto esistenzialista di Smilijan Rozman. Racconta molto ingenuamente una vicenda surreale e degna della fantascienza più commerciale, in cui dei nemici attaccano gli abitanti di una città che vengono prontamente capeggiati da un Messaggero che si contrapporrà ad un Comandante. Mancavano in questo mischiottio anche un Giovane Uomo e una Ragazza....brr, degno prodotto di una propaganda di regime. In effetti, all'epoca, la Slovenia era ancora inglobata nella Jugoslavia... La coreografia echeggia il vocabolario completo della danza modern jazz, supportata da una musica ugualmente ritmata e stereotipata. I corpi dei danzatori vengono umiliati in delle terribili calzamaglie color carne che sviliscono anche la fisicità statuaria di Lukas Zuschlag ad esempio. Che invece è un danzatore sempre più bravo e piacevole, fluido e sicuro, affiancato da Tjasa Kmetec, ugualmente brava e uccisa dalla famigerata calzamaglia di cui sopra. Completano i ruoli principali Petar Dorcevski, forte e potente come sempre, Hugo Mbeng, veloce e tecnico, il duo asiatico formato da Yujin Muraishi e Yuki Seki, bravi e affiatati, e infine la giovane e bella coppia formata da Ursa Vidmar e Filip Viljusic.


Questo trittico si conclude con Sinfonia Pastorale sul'omonima, celeberrima composizione di Ludwig van Beethoven, il brano più interessante della serata, grazie alla coreografia di Milko Sparemblek, che offre l'unico brano ancora stilisticamente accettabile. In una sorta di celebrazione delle forze e della bellezza della natura, Sparemblek offre una bella occasione per tre coppie di splendidi danzatori: Nina Noc e Owen Lane, Mateja Zeleznik e Filippo Jorio, Marin Ino e Richel Wieles, tutti compenetrati nello stile e nella generosa volontà di regalarci un momento di poesia.

L'Orchestra della SNG era sicuramente e magistralmente condotta dal Maestro Marko Gaspersic.

Serata non particolarmente riuscita ma estremamente interessante dal punto di vista storico, sala gremita, pubblico plaudente.



mercoledì 11 aprile 2018

DIRTY DANCING martedì 10 aprile 2018

Locandina dello spettacolo

Incredibile ma vero, io Dirty Dancing, il film, non l'ho mai visto!
Per cui non faccio parte della pletora di appassionati, quasi dipendenti delle singole battute e scene, e non ho particolari riferimenti, se non le scene cult che ho visto diverse volte su YouTube.
Nonostante questo ho la sensazione che, dietro questa versione teatrale, ci sia la volontà di riproporre pedissequamente le scene e le situazioni del film.
Che finisce per rendere lo spettacolo lento e frammentario, senza una vera scintilla, se non durante la scena finale.

L'altra cosa strana è che viene classificato come musical mentre, del cast di 18 persone, solamente 3 sono cantanti o, perlomeno, hanno qualcosa da cantare.
Ci sono diversi interventi ballati ma niente riconduce alla capacità tipica del performer di musical di cantare, ballare e recitare.

La sceneggiatrice del film, Eleanor Bergstein, ha curato anche la versione teatrale ma, a mio avviso, non sia stata una buona idea: ha avuto venti minuti in più rispetto alla durata di un film, ma non è riuscita a superarne il didascalismo e la frammentarietà che il limite della scatola scenica deve averle posto.
L'allestimento è colossale, anche troppo, perché in verità è un po' un vorrei ma non posso...dove la casa delle vacanze, costruita nella maestosità dei suoi tre piani, è alta non più di 3 metri e quando gli attori le si avvicinano, il grottesco è immediato; lo stesso dicasi per l'ingresso alla casa degli Houseman, affiancato da due alti alberi che, ad ogni rotazione per svelare la cameretta di Baby, vibrano e sobbalzano come neanche durante un terremoto. Costumi gradevoli ma sicuramente troppo vincolati alla versione cinematografica che può sciorinare primi piani, mezzi piani, piani totali, panoramici, ecc. "rivelando" ben poco di un costume ma che in teatro è invece fondamentale alla creazione di un personaggio e del suo carattere. Pesanti e poco naturali le parrucche.

Bellissimo disegno luci di Valerio Tiberi.

Sono stati bravissimi gli interpreti, in primis Sara Santostasi, una Baby fresca e dirompente, capace di far crescere il suo personaggio in scena, da adolescente a donna; strepitoso Giuseppe Verzicco, nel ruolo che fu di Patrick Swayze, che ho detestato al suo apparire e amato appassionatamente nel finire; le gambe infinite e le buoni capacità attoriali di Federica Capra nel ruolo della maldestra Penny Johnson; le bellissime voci di Samuele Cavallo, Loredana Fadda e Russel Russel e via via i membri della famiglia Houseman, dei Kellerman e dell'ensemble: bravi tutti, veramente!

Il finale riscatta decisamente un avvio di spettacolo lento e un po' noioso, regalandoci un ritorno a casa a suon di "(I've had)The Time of My Life" che non mi ha ancora abbandonato stamattina...

giovedì 29 marzo 2018

LA BELLA E LA BESTIA martedì 27 marzo 2018

Locandina dello spettacolo

wow
Wow
WoW
WOW

Veramente. Super wow!

Resto sempre più colpito dall'intelligenza della direzione artistica dello SNG di Lubiana e del coraggio che hanno nel proporre determinati titoli e autori. Operazioni di altissimo livello, adeguate a qualunque scena internazionale a soli 90 km da Trieste dove, per esempio, ci si dibatte ancora tra conservazione e noia: chapeau! Complimenti alla dirigenza e alle maestranze del Teatro dell'Opera e del Balletto di Lubiana!

Lo spettacolo che tanto mi ha esaltato e che mi appresto a raccontarvi è La belle et la bete, nella versione contemporanea e minimalista di Philip Glass, che ha debuttato nel 1994 a Gibellina e dove credo non abbia goduto di altre repliche.
Sono un fan sfegatato di Philip Glass, per cui sono ancora più contento e forse troppo di parte nel raccontarvi la meraviglia di questo allestimento, ma mi sforzerò di restare obiettivo.

Tutto perfetto!
A partire dall'attenta, intelligente, lucida, lungimirante, strepitosa regia di Matijaz Faric, autore anche delle piccole ma interessanti coreografie affidate ad un manipolo di danzatori della SNG e dei contributi video: ogni gesto, ogni dettaglio, ogni parola ha una motivazione nella versione che suspence di una storia il cui finale, in verità, ci è chiaro e familiare.
Faric regala a noi spettatori, e che la rende ricca, preziosa e indimenticabile. Tutto è curato: a partire dall'inizio un po' lento e difficile da assimilare per i troppi stimoli che riceviamo e per il testo che si perde in dettagli che sembrano meno importanti, ma che poi cattura tutti noi e ci tiene nella
I personaggi sono magistralmente scolpiti - ed enfatizzati grazie alla bellezza dei costumi di Alan Hranitelj, che ne sottolinea e personalizza ancora di più i caratteri, nonostante l'unica variazione al grigio piombo, sia il bellissimo abito blu notte con rose rosse dedicato a Belle.
In tanta bellezza l'austera scenografia ideata da Marko Japelj, che crea tre emicicli mobili che circondano, espongono, avvolgono e danzano con e per i protagonisti, diventa il perfetto contenitore di questa vicenda. Assoluti protagonisti dello spettacolo i sette macchinisti che guidano gli emicicli con perizia, attenzione e coinvolgimento. La recente ristrutturazione dell'edificio, ad opera di qualche mente esperta ed illuminata, ha dotato questo teatro di eccezionali mezzi di macchineria teatrale che, come in questo allestimento, consentono ad un intero allestimento di scendere nel sottopalco e sparire a vista o di elevare l'intero palco fino all'arlecchino.
Le luci di Andrej Hajdinjak sottolineano ed enfatizzano con armonia, delicatezza ed eleganza le
scene, i costumi e la regia stessa regalandoci momenti di vera poesia, ad esempio come quando alcuni protagonisti spariscono dalla nostra vista ma restano in scena grazie alle loro ombre stagliate con i proiettori di taglio.

Venendo alla parte musicale, la Direttrice Ziva Ploj Persuh affronta questo colosso di difficile esecuzione, con importanti volumi degli archi da calibrare rispetto alle voci in scena, con la forza di un Titano e la delicatezza di una mano femminile: l'esecuzione da parte dell'Orchestra della SNG di Lubiana è talmente precisa che sembra di ascoltare una perfetta riproduzione da CD, una vera libidine per le nostre mortali orecchie!

I cantanti hanno saputo coniugare espressività, canto e presenza scenica come si chiede ad un performer contemporaneo, risultato tutt'altro che scontato visto che è la compagnia stabile del teatro ad affrontare questa partitura.
Elena Dobravec è una Belle indimenticabile, capace di costruire un personaggio credibile in tutti i suoi aspetti; così come Darko Vidic riesce nella difficile trasformazione dalla Bestia al Principe con maestria e talento. Ma sono bravi, veramente bravi, tutti gli altri comprimari: Urska Kastelic e Rebeka Radovan, due perfide ed egoiste sorellastre, il padre fragile e iniquo di Juan Vasle, i due coprotagonisti maschili di Luka Ortar e Lucas Somoza Osterc e gli altri quattro comprimari, tutti perfettamente calati nei loro ruoli e nel trasportarci nelle torbide profondità di
questa vicenda. Bravi!

La musica di Philip Glass con il suo procedere come cerchi nell'acqua che lentamente si espandono, ipnotizza lo spettatore al punto che il silenzio degli spettatori che gremivano la sala era assoluto e permetteva realmente di immergersi nella narrazione, in totale solitudine e concentrazione.

Un'ora e quaranta volate via con la speranza che fosse solo finito il primo atto...

Grazie!



venerdì 2 marzo 2018

TUTTI INSIEME APPASSIONATAMENTE giovedì 1 marzo 2018

Locandina dello spettacolo

Avendo lavorato per 30 anni nel mondo dello spettacolo, spesso mi trovo di fronte alla difficoltà di dover scrivere di qualche produzioni creata da colleghi e amici di lunga data: la difficoltà è data dal cercare di restare imparziali, senza offendere un'amicizia!

In questo caso è il deus ex machina di questa produzione di Tutti insieme appassionatamente, Fabrizio Angelini, regista, coreografo e anche interprete, che conosco dai tempi in cui entrambi frequentavano l'Accademia Nazionale di Danza a Roma.
Poco devo raccontarvi della storia di questo capolavoro di Richard Rodgers e Oscar Hammerstein II che è stato reso immortale anche grazie alla versione cinematografica interpretata da Julie Andrews e Christopher Plummer, che sicuramente tutti conoscete perfettamente.

Venendo al lavoro di Fabrizio, la regia è tradizionale ed estremamente curata, il cast ben rodato, le controscene attente e calibrate, le coreografie dei numeri d'assieme riuscite ed efficaci: bravo Fabri!

Venendo all'altro artefice della Compagnia dell'Alba, devo dire che la direzione musicale dello spettacolo, con cori a cappella, canzoni che passano dal canto moderno a quello lirico, note e difficoltà a pacchi, è brillantemente risolta da Gabriele de Guglielmo, un eccellente musicista e un eclettico interprete nel ruolo protagonistico del Colonnello Von Trapp.
Accanto a lui una brillante, deliziosa, precisa Carolina Ciampoli scolpisce un'indimenticabile interpretazione di Maria Rainer.
E' brava e divertente anche la Madre Badessa di Monja Marrone che affronta con coraggio l'impervia Climb every mountain uscendone a testa alta.
Un bravo generale va ai 7 figli del colonnello Von Trapp che si distinguono per professionalità, precisione e simpatia e a tutto il resto del cast che affronta con piglio e giovanile ardore uno spettacolo tutt'altro che semplice.

La versione che la giovane ma affermata Compagnia dell'Alba mette in scena, potrebbe giovare di qualche taglio nel primo atto e di una diversa concezione scenografica: è comprensibile che i costi per portare in tournée una scenografia costruita siano inaffrontabili ma, alla soluzione proposta che risulta veramente misera, sarebbero preferibili a mio avviso anche solo delle proiezioni, magari  in videomapping, anche sugli anonimi teli che dominano il fondale per tutto lo spettacolo. I costumi sono un gradino sopra ma soffrono anche loro di lieve pochezza e poca cura dei dettagli che risultano graziosi da vicino ma poco efficaci nell'esaltazione del palcoscenico.

E' uno spettacolo molto piacevole e curato che vi invito ad andare a vedere nelle ultime repliche fino a domenica 4 marzo, sempre al Politeama Rossetti



mercoledì 24 gennaio 2018

IL TROVATORE martedì 23 gennaio 2018

Locandina dello spettacolo


E' sempre divertente scrivere una recensione dopo la prima, quando si possono andare a leggere quelle scritte dagli altri: mai come questa volta sono in totale disaccordo. Ho letto un coro quasi unanime di disappunto per uno spettacolo irrisolto, statico e malriuscito. Come sempre dico, nell'arte c'è spazio per tutti, perché ognuno può trovare i propri estimatori e il proprio pubblico.

A me questo spettacolo è piaciuto.

Ho lavorato a lungo nel mondo della lirica ma, non essendo tecnicamente competente, posso godermi uno spettacolo con gli occhi di un neofita.

E' così mi sono guardato questo allestimento de Il Trovatore, a firma di Filippo Tonon, che ha affrontato uno dei capolavori di Giuseppe Verdi con grande rigore e pulizia visiva. Dopo la scena iniziale di Ferrando, risolta in una profonda oscurità medievale, è un balsamo per l'anima vedere il fondale sollevarsi e svelare un prato pieno di fiori, nel quale Leonora canta la grandiosa aria "Tacea la notte placida" e la cabaletta "Di tale amor che dirsi". Lo spettacolo prosegue con questa alternanza tra cupo e colonne stilizzate in acciaio, le grate della prigione,
sottolineate da tre colonne di acciaio onnipresenti sulla sinistra a simboleggiare i faggi, i sostegni del tavolo delle torture, la torre della prigione.
La regia è curata, sia per i protagonisti che sulla massa del coro, protagonista di alcune tra le più belle pagine verdiane. Io li ho trovati tutt'altro che statici, presi a comporre l'accampamento zingaro a suon di musica, a duellare, mai abbandonati a loro stessi.
Molto belli i costumi di Cristina Aceti, cui rimprovero solo il costume di una comparsa, nella scena dei voti, di un rosso che cozzava troppo con la scala cromatica di tutti gli altri, ma per il resto uno splendido amalgama, che non faceva rimpiangere la ricchezza e l'inutile sontuosità di altri allestimenti indubbiamente molto più costosi: brava!

La parte musicale è stata buona, soprattutto per la direzione musicale di Francesco Pasqualetti, che non ha costretto i cantanti a sgolarsi per superare il muro di suono dell'orchestra, creando invece un'armonia di suoni rara nelle messinscene di Verdi.

Venendo alla compagnia di canto, ciò che accomuna i due protagonisti Leonora e Manrico, rispettivamente Marily Santoro e Dario Prola, è che entrambi sono a combustione lenta, offrendo una prestazione appena accettabile nel primo quadro e portandosi a casa un più che decoroso riscontro nei tre che seguono.
Vincenti da subito per volume, timbro e presenza, il Ferrando e il Conte di Luna, interpretati da
Vladimir Sazdovski e Domenico Balzani, il cui valore è stato ampiamente riconosciuto anche alla ribalta, dal pubblico triestino.
Venendo alla Azucena di Milijana Nikolic, massacrata da quasi tutti i recensori, è stata per me una splendida interprete: poco sicura, forse emozionata nella sua aria "Stride la vampa" ma perfettamente nel ruolo e  con buone capacità vocali nel resto dell'opera.
Bene e adeguati il resto dei comprimari.

Pubblico numeroso, come sempre quando si affrontano i grandi classici.